MATRIX (1999)
Retrospettiva a cura di: Umberto Visani
Titolo originale: The Matrix
Genere: Fantascienza, azione
Paese di produzione: Stati Uniti
Durata: 136 minuti
Regia: Lana e Lilly Wachowski (accreditate nel 1999 come Larry e Andy Wachowski)
Produttori: Joel Silver; Barrie M. Osborne; Erwin Stoff; Andrew Mason; Bruce Berman
Casa di produzione: Warner Bros.; Village Roadshow Pictures; Silver Pictures; Groucho II Film Partnership
Sceneggiatura: Lana e Lilly Wachowski
Cast: Keanu Reeves (Neo); Laurence Fishburne (Morpheus); Carrie-Anne Moss (Trinity); Hugo Weaving (Agente Smith); Gloria Foster (Oracolo); Joe Pantoliano (Cypher); Marcus Chong (Tank); Julian Arahanga (Apoc); Matt Doran (Mouse); Belinda McClory (Switch); Anthony Ray Parker (Dozer)
Trama:
Thomas Anderson (Keanu Reeves) è un programmatore informatico dalla vita apparentemente ordinaria, che di notte assume l’identità di hacker sotto il nome di Neo. Da tempo avverte che qualcosa nel mondo non torna, come se la realtà fosse solo una superficie ingannevole. Il contatto con Morpheus (Laurence Fishburne) e Trinity (Carrie-Anne Moss) lo conduce a una verità sconvolgente: il mondo che conosce è una simulazione, una costruzione artificiale creata da macchine che hanno ridotto l’umanità in schiavitù. Liberato dalla Matrix, Neo intraprende un percorso di conoscenza e trasformazione che lo porterà a interrogarsi sulla propria natura e sul ruolo che è chiamato a ricoprire.
Cosa ne penso (pochi spoiler):
Sono passati quasi trent’anni dalla prima volta che vidi Matrix, e la meraviglia nel rivederlo oggi è esattamente la stessa. Non è semplice nostalgia, né mero riconoscimento di un’opera iconica, bensì qualcosa di più profondo, quasi un ritorno a una forma di consapevolezza che il film, già allora, aveva saputo insinuare e che oggi appare ancora più nitida e necessaria.
Matrix non è soltanto un film, ma un dispositivo concettuale. Un meccanismo che, sotto le sembianze del cinema d’azione, mette in scena alcune delle domande fondamentali della filosofia occidentale. E lo fa senza mai indulgere nella pedanteria, ma anzi con una naturalezza disarmante, come se quelle domande fossero sempre state lì, in attesa di essere riformulate attraverso il linguaggio delle immagini.
Il riferimento al mito della caverna di Platone è evidente, ma ridurlo a semplice citazione sarebbe limitante. Qui non siamo di fronte a un’allegoria inserita per nobilitare il racconto, siamo dentro una struttura platonica che viene completamente tradotta in forma cinematografica. La Matrix è la caverna, certo, ma è anche qualcosa di più sofisticato, non è solo inganno percettivo, è sistema, un ordine del mondo costruito per essere creduto reale. E la liberazione di Neo non è un atto eroico nel senso classico, ma un trauma conoscitivo: uscire dalla caverna significa perdere il conforto dell’illusione, accettare la crudezza di un reale che non consola e non protegge.
Accanto a Platone, si muove una dimensione apertamente gnostica, forse ancora più perturbante. Il mondo in cui vivono gli uomini non è semplicemente falso: è deliberatamente costruito per esserlo. Le macchine assumono il ruolo di un demiurgo tecnologico, non creatore ma manipolatore, che tiene l’umanità in uno stato di inconsapevolezza permanente. In questo contesto, la salvezza non passa attraverso una morale, ma attraverso la conoscenza, accedendo a un livello ulteriore di realtà. E come in ogni sistema gnostico, questa conoscenza non è per tutti, richiede una rottura, una ferita, una disponibilità a perdere tutto ciò che si credeva vero.
Il richiamo al velo di Maya — nella formulazione schopenhaueriana che rielabora la tradizione vedantica — si inserisce perfettamente in questo quadro. La realtà fenomenica come apparenza, come costruzione che vela l’essenza del mondo. Matrix prende questo concetto e lo radicalizza: il velo non è più metafisico, ma artificiale, prodotto da un codice. E, tuttavia, il risultato è identico: ciò che percepiamo non coincide con ciò che è. E, aspetto ancor più inquietante, la maggior parte degli uomini non desidera affatto che questa coincidenza si realizzi. Il personaggio di Cypher, in questo senso, è forse il più onesto: preferisce l’illusione consapevole alla verità insopportabile.
Il pensiero volge ovviamente anche a Philip K. Dick. Non solo per il tema della simulazione, ma per quella costante instabilità ontologica che attraversa l’intero film. Dick, nel suo celebre intervento di Metz del 1977, parlava della possibilità concreta che la realtà fosse una costruzione artificiale, manipolabile e riscrivibile. Matrix sembra raccogliere quella suggestione e portarla a compimento, trasformandola in un universo coerente, visivamente potente, ma soprattutto intellettualmente rigoroso.
Resta, infine, la questione centrale, quella che attraversa tutto il film e che continua a interpellarci: la scelta. Pillola rossa o pillola blu. Verità o illusione, una dicotomia che attraversa l’intera storia del pensiero, ma che qui assume una forma definitiva, quasi brutale. Non tutti vogliono sapere, non tutti sono disposti a pagare il prezzo della conoscenza. E, forse, è proprio questa la verità più scomoda che Matrix ci consegna.
Rivederlo oggi significa accorgersi che non è cambiato nulla. O, meglio, che è cambiato tutto intorno, ma non il nucleo del problema. Viviamo immersi in sistemi sempre più sofisticati di rappresentazione, e la domanda posta dal film — cosa è reale? — non ha perso un grammo della sua urgenza.
Il film piacerà a:
Gli amanti della fantascienza filosofica che fa porre domande molto profonde.
Il film non piacerà a:
Chi cerca solo mero realismo e rifugge ogni rappresentazione diversa dal reale, presunto o tale.
Pregi:
Trama geniale, prestazioni attoriali di livello assoluto, substrato filosofico di altissimo livello.
Trama geniale, prestazioni attoriali di livello assoluto, substrato filosofico di altissimo livello.
Difetti:
Difficile trovare difetti, forse i due film successivi, meno ispirati e più volti all’aspetto action.
Lo consiglio?



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