Fallout - Stagione 1

 

locandina di fallout stagione 1


Recensione a cura di: Umberto Visani

Genere: Azione, avventura, drammatico, fantascienza, post-apocalittico
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Piattaforma di distribuzione: Amazon Prime Video
Episodi stagione: 8
Casa di produzione: AMC Studios
Ideatore: Geneva Robertson-Dworet, Graham Wagner (showrunner), progetto sviluppato da Jonathan Nolan e Lisa Joy
Produttori: Halle Phillips, Gursimran Sandhu, con la supervisione di Jonathan Nolan e Lisa Joy
Cast principale: Ella Purnell (Lucy MacLean), Aaron Moten (Maximus), Kyle MacLachlan (Hank MacLean), Moisés Arias (Norm MacLean), Xelia Mendes-Jones (Dane), Walton Goggins (Cooper Howard/Il Ghoul)

Trama:

In un futuro post-apocalittico, l’umanità sopravvive dopo una guerra nucleare che ha ridisegnato il mondo in una landa radioattiva popolata da mutanti, predoni e comunità isolate. Alcune persone, decenni prima, si sono rifugiate nei Vault, giganteschi bunker sotterranei progettati dalla Vault-Tec. Lucy MacLean (Ella Purnell) cresce nel Vault 33, un microcosmo ordinato, rassicurante, regolato da rituali sociali e da una fiducia quasi religiosa nella scienza e nell’ottimismo. Quando un evento traumatico spezza quell’equilibrio, Lucy è costretta a uscire dal Vault, affrontando un mondo devastato ma paradossalmente vitale.




Cosa ne penso (pochi spoiler): 

Sono sempre stato un amante della saga videoludica di Fallout. Non solo per il gameplay, ma per il suo essere una delle più riuscite allegorie del Novecento occidentale travestita da gioco di ruolo, un mondo in cui la fine è la prosecuzione grottesca di un immaginario — quello americano — incapace di immaginare se stesso fuori dalla propria mitologia.
Quando è stata annunciata la serie, avevo aspettative alte, altissime. E non era scontato che venissero rispettate. Fallout è un universo difficile da tradurre: a tratti troppo ironico per essere preso sul serio ma al tempo stesso troppo tragico per essere ridotto a parodia. Ciononostante, la serie riesce in un equilibrio raro, perché non tenta di “nobilitare” il materiale di partenza, ma lo assume fino in fondo, accettandone le contraddizioni.
Ciò che colpisce subito è la fedeltà non tanto alla trama dei giochi, quanto al loro ethos. Fallout non racconta un futuro possibile, ma un passato che si rifiuta di morire. Il mondo post-atomico che vediamo è una gigantesca necropoli culturale, dove slogan pubblicitari, canzoni da juke-box e sorrisi da spot anni Cinquanta continuano a esistere come reliquie ideologiche. In questo senso, la serie è più vicina alla letteratura distopica che alla fantascienza televisiva contemporanea.
L’uso della musica è centrale e profondamente consapevole. Brani come quelli degli Ink Spots, con il loro romanticismo dolente e fuori dal tempo, funzionano come un controcanto ironico e crudele alla violenza delle immagini. Non sono semplici inserti nostalgici: sono commenti morali. Ogni volta che una melodia lieve accompagna un atto brutale, Fallout ci ricorda che la civiltà non è crollata con le bombe atomiche, ma molto prima, quando ha imparato a sorridere mentre distruggeva tutto e tutti.
Altro elemento riuscitissimo è l’iconografia. Vault, tute blu e gialle, robot educati e inquietanti, ghoul che portano sul corpo i segni del tempo: tutto concorre a costruire un immaginario coerente, riconoscibile, mai decorativo. È un mondo che non cerca realismo, ma verità simbolica. In questo, Fallout dialoga idealmente con autori come Vonnegut, con certa satira post-bellica americana, con una visione del progresso come farsa tragica.
I personaggi, poi, sono scritti con un’attenzione rara per una serie di questo tipo. Nessuno è davvero innocente, nessuno completamente perduto. Lucy incarna l’illusione dell’ordine e della bontà istituzionalizzata; Maximus la fede cieca nelle strutture di potere; Cooper Howard è memoria vivente, testimone di un’America che ha venduto l’anima. Non sono archetipi, ma figure morali in movimento.
Ora che la stagione 2 è alle porte, è chiaro che Fallout ha gettato basi solide. Non è una serie che vive di cliffhanger, ma di atmosfera e visione. Se continuerà su questa strada, potrà diventare uno dei rari esempi di adattamento capace non solo di rispettare un’opera amata, ma di espanderne il senso, parlando anche a chi non ha mai giocato al videogame.

La serie piacerà a:
chi conosce e ama i videogame di Fallout, ma anche a chi non ne ha mai toccato uno e cerca una fantascienza che sappia essere satira, tragedia e avventura insieme. A chi riconosce il fascino di un futuro che parla continuamente del nostro passato.

La serie non piacerà a:
chi cerca una fantascienza puramente spettacolare o muscolare. A chi ha bisogno di eroi classici e morali nette. A chi mal sopporta il tono ironico accostato alla violenza. A chi pretende risposte immediate invece di un mondo che si svela per frammenti.

Punti forti della serie:
La costruzione del mondo: solida, credibile, affascinante. Un uso della musica intelligentissimo e perfettamente integrato. Personaggi ben scritti. La capacità di parlare del presente attraverso un futuro deformato.

Punti deboli della serie:
Qualche episodio ha lievi derive “action”.

La consiglio? 






 Recensione a cura di: Umberto Visani




 
 



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