Taylor Swift: The Official Release Party of a Showgirl (2025)
Recensione a cura di: Umberto Visani
Titolo originale: Taylor Swift: The Official Release Party of a Showgirl
Genere: Documentario musicale
Paese di produzione: Stati Uniti
Durata: 89 minuti
Regia: Taylor Swift
Produttori: Taylor Swift, in collaborazione con AMC Theatres Distribution e Piece of Magic Entertainment
Casa di produzione: AMC Theatres Distribution, Piece of Magic Entertainment (POM)
Cast: Taylor Swift (voce narrante e protagonista)
Cosa ne penso:
Sono andato a vedere Official Release Party of a Showgirl con aspettative molto alte, avendo da tempo forte stima per Taylor Swift e guardando sempre con sospetto le solite geremiadi di certi critici “per partito preso”, spesso mossi più da invidia o da un riflesso puramente reazionario che da un reale spirito d’analisi, pompieri di oggi dopo essere stati, forse, incendiari ieri.
Mi aspettavo un prodotto che sapesse presentare il nuovo disco di Taylor nel miglior modo possibile, rafforzando quel ponte già solidissimo che la cantante americana ha costruito con il suo pubblico, e il docufilm questo lo fa — e lo fa benissimo — mostrandoci i retroscena della creazione dei brani, con Taylor che racconta le origini e le ispirazioni dei testi, l’intimità e la genesi dei versi. C’è misura, grazia e una disarmante lucidità nel raccontare se stessa come artista e come persona. Il film alterna riprese del “making of” dei video ufficiali e momenti più raccolti in studio, inframmezzando il tutto con i lyrics video dei singoli brani: l’esperienza d’ascolto diventa così cinematografica, amplificata da un audio impeccabile.
Ma c’è qualcosa di più profondo. Taylor Swift costruisce qui, con piena consapevolezza, una vera e propria automitopoiesi: un racconto di sé che non è vuota vanità ma rito. Ogni canzone diventa frammento di un mito personale che l’artista rinnova e monda davanti al suo pubblico, come un sacrificio laico in cui l’emozione viene offerta e condivisa in una messa pop dove l’artista crea comunità attraverso il riconoscimento: i suoi patimenti sono le sofferenze di milioni, miliardi di persone che possono dire “anche a me è capitato così, grazie Taylor per averlo saputo esprimere meglio di come avrei potuto fare io”. In questo senso, Official Release Party of a Showgirl non è solo un film musicale, ma una celebrazione del rito collettivo dell’ascolto e del riconoscimento.
In tutto questo, è stato bellissimo osservare la sala. Il pubblico, perlopiù giovani tra i 18 e i 25 anni, conosceva già ogni parola di un disco uscito venerdì scorso: cantava, rideva alle sue battute in inglese, segno che capiva perfettamente la lingua, l’ironia, il tono, a differenza di gran parte delle generazioni precedenti, spesso ferme al livello d’inglese di Renzi o di Conte (Giuseppe o Antonio, fate vobis: ma almeno Antonio è più giustificato e non ha mai preteso di rappresentare la nazione a livello politico).
In una parola, c’era vita, sentimento, pathos: tutto quello che il cinema dovrebbe sempre restituire, anche quando parla di musica.
Guardando Taylor Swift sullo schermo, si comprende la capacità di plasmare le masse attraverso l’emozione e il riconoscimento. Chi riesce a parlare al pubblico, chi sa toccare le corde giuste, ha già vinto. Chi, invece, rimane ancorato alla sterile pars destruens, a un esercizio di critica che non genera alcuna empatia, ha già perso — perché ha smarrito il contatto con i cuori e con le menti, soprattutto delle giovani generazioni. E, in un’epoca in cui il rumore è costante, chi non sa più farsi ascoltare finirà, inevitabilmente, nel silenzio della propria irrilevanza.
Il film piacerà a:
A chi vede in Taylor Swift non solo una popstar, ma una narratrice di sentimenti antichi come l’uomo. A chi sa come anche la musica pop possa essere linguaggio e dare risposte.
A chi vede in Taylor Swift non solo una popstar, ma una narratrice di sentimenti antichi come l’uomo. A chi sa come anche la musica pop possa essere linguaggio e dare risposte.
Il film non piacerà a:
A chi invidia Taylor non comprendendone il successo o, pur comprendendolo, non concordando sul fatto che vi sia giunta, pensando che sia sempre tutto facile quando sono gli altri a dover faticare e non sapendo nulla delle vicende personali che l’hanno portata così in alto.
Pregi:
Tutto molto studiato, ponderato, misurato… dove però è la musica a parlare, per cui siamo di fronte a una sorta di apollineizzazione del dionisiaco, che potrebbe anche suonare come un ossimoro ma, per chi sta dietro le quinte, non lo è affatto.
Tutto molto studiato, ponderato, misurato… dove però è la musica a parlare, per cui siamo di fronte a una sorta di apollineizzazione del dionisiaco, che potrebbe anche suonare come un ossimoro ma, per chi sta dietro le quinte, non lo è affatto.
Difetti:
Con occhio scafato, la costruzione si vede, ma non per questo perde di spontaneità.
Lo consiglio?



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