The Gentlemen stagione 2 (2026)

locandina della serie tv the gentlemen stagione 2

Dati della serie

Titolo: The Gentlemen, stagione 2
Anno: 2026
Genere: Crime, Commedia, Drammatico, Azione
Paese di produzione: Regno Unito
Distribuzione: Netflix
Numero di episodi: 8
Creatore: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Guy Ritchie, Matthew Read, Danielle Ward, John Jackson, Iain Weatherby
Regia: Guy Ritchie, Eran Creevy, Nick Rowland
Produzione: Moonage Pictures, Miramax Television
Cast: Theo James, Kaya Scodelario, Ray Winstone, Daniel Ings, Joely Richardson, Vinnie Jones, Jasmine Blackborow, Giancarlo Esposito, Hugh Bonneville, Benjamin Clementine, Benedetta Porcaroli, Michele Morrone, Sergio Castellitto

Trama:

È trascorso circa un anno dagli eventi della prima stagione e Eddie Horniman (Theo James) non è più l’aristocratico quasi accidentalmente precipitato nel mondo criminale dei Glass: ha ormai accettato pienamente il proprio ruolo e, insieme a Susie Glass (Kaya Scodelario), punta ad ampliare un impero che comincia a stare stretto entro i confini della tenuta di Halstead. L’espansione porta i due anche in Italia, dove entrano in contatto con un ecosistema criminale e aristocratico dominato, fra gli altri, dal potente Marco Moretti (Sergio Castellitto), dall’ambiguo faccendiere Cico Maldini (Michele Morrone) e dalla giovane aristocratica Bella (Benedetta Porcaroli). Parallelamente, le ambizioni sempre crescenti di Eddie iniziano a modificare gli equilibri con Susie, Bobby Glass e la sua stessa famiglia, mentre affari, politica, aristocrazia e criminalità tornano a sovrapporsi in una serie di alleanze tanto redditizie quanto pericolose.

Cosa ne penso (pochi spoiler):

Dopo aver apprezzato moltissimo la prima stagione di The Gentlemen, ammetto di avere accolto con una certa preoccupazione la notizia che una parte consistente della seconda sarebbe stata ambientata in Italia. Non per una qualche pregiudiziale autarchica, naturalmente, ma perché quando una produzione anglosassone decide di mettere in scena il nostro Paese il rischio di ritrovarsi davanti all’immancabile catalogo di luoghi comuni a base di mafiosi, italiani gesticolanti e vocianti, pizza-core e mandolino è sempre discretamente elevato. E, purtroppo, il timore non era del tutto infondato.

Dal punto di vista meramente visivo l’operazione funziona: L’Italia di The Gentlemen è sontuosa, ville, laghi, motoscafi, abiti perfetti, interni aristocratici, paesaggi fotografati con quella lucidità quasi pubblicitaria che rappresenta ormai una delle cifre estetiche dell’universo di Guy Ritchie. Dopo l’old money della campagna inglese, il passaggio alla magnificenza lacustre italiana appare quasi naturale: è un altro mondo nel quale denaro antico e denaro criminale possono guardarsi allo specchio e scoprire, non senza un certo imbarazzo, di assomigliarsi parecchio.

Il problema nasce quando dalla scenografia si passa agli esseri umani. Ritchie ha sempre amato i personaggi sopra le righe ma proprio qui si avverte una differenza importante: i britannici erano caricature costruite a partire da personaggi estremizzati volutamente ad arte, invece gli italiani sembrano talvolta personaggi costruiti a partire da caricature.

Cico Maldini è forse l’esempio più evidente. Michele Morrone interpreta un faccendiere continuamente sopra le righe, logorroico, vanesio, inaffidabile, gesticolante, quasi una versione contemporanea del Capitano della Commedia dell’Arte, il miles gloriosus che ostenta continuamente capacità, relazioni e potere nella speranza che nessuno si fermi troppo a verificarli. In astratto sarebbe persino una trovata coerentissima con il mondo di Ritchie; nella pratica, però, l’accumulo è tale che il personaggio finisce spesso per essere meno divertente di quanto dovrebbe e soprattutto troppo immediatamente riconducibile al repertorio internazionale dell’“italiano medio”.

Ed è un peccato perché proprio il confronto fra aristocrazia britannica e aristocrazia italiana avrebbe potuto aprire prospettive molto più interessanti. La prima stagione aveva intuito qualcosa di assai acuto: nobiltà e criminalità organizzata non sono universi necessariamente opposti, perché entrambi possono fondarsi su dinastia, territorio, famiglia, patrimonio, fedeltà e codici non scritti. Trasportare questa intuizione in Italia, Paese nel quale aristocrazia, trasformismo politico, potere familiare e criminalità possiedono storie tutt’altro che irrilevanti, avrebbe potuto aggiungere un ulteriore livello al discorso. La serie preferisce invece, nella maggior parte dei casi, la superficie.

Anche Benedetta Porcaroli, nel ruolo di Bella, non mi ha particolarmente convinto. Non perché il personaggio sia privo di una sua funzione narrativa o di potenzialità, ma perché nel confronto diretto con il nucleo britannico della serie emerge una differenza di presenza scenica abbastanza evidente. Porcaroli rimane per me troppo spesso prigioniera dell’eleganza e dell’ambiguità che il copione vuole attribuirle senza riuscire a conferire al personaggio quella naturale autorevolezza che altri interpreti ottengono semplicemente entrando nell’inquadratura. E questo ci porta inevitabilmente a Kaya Scodelario.

Susie Glass continua a essere, a mio avviso, il personaggio più riuscito della serie e la Scodelario offre ancora una volta una prestazione superlativa. Ha compreso perfettamente una regola che diversi personaggi italiani sembrano ignorare: per risultare pericolosi non occorre comportarsi continuamente come se si fosse pericolosi. Susie domina spesso una scena abbassando il tono della voce, aspettando mezzo secondo prima di rispondere o semplicemente guardando l’interlocutore con uno sguardo che dice tutto: è una presenza magnetica.

E al suo fianco continua a funzionare molto bene Theo James, perché Eddie è ormai un personaggio profondamente diverso da quello incontrato all’inizio della prima stagione. Allora rappresentava il gentleman costretto dalle circostanze a entrare nel mondo criminale; adesso il punto interessante è precisamente che nessuno lo sta più costringendo. Eddie ha scoperto di essere bravo nel gioco e, cosa assai più pericolosa, ha scoperto che gli piace. Questa evoluzione mantiene viva la serie.

La domanda della prima stagione era: può un aristocratico sopravvivere fra i gangster? La seconda comincia a porne una più interessante: cosa succede quando scopre di essere egli stesso un gangster?

Qui The Gentlemen mantiene una qualità che va ben oltre il puro intrattenimento. Eddie non abbandona l’aristocrazia per entrare nella criminalità: sovrappone le due identità. Il duca e il narcotrafficante non si alternano più; cominciano a coincidere. E ritorna quindi quella provocazione che rendeva intelligente la prima stagione: forse “gentleman” e “gangster” non sono categorie antropologicamente così distanti, ma semplicemente due sistemi di potere che hanno avuto differenti uffici stampa.

Fra gli italiani, invece, l’unico che per me riesce veramente a reggere il confronto con il cast principale è Sergio Castellitto nei panni di Marco Moretti. Ed è significativo che funzioni proprio perché compie l’operazione opposta rispetto ai personaggi più macchiettistici: sottrae. Castellitto possiede l’età, il volto e soprattutto la presenza necessaria per non dover continuamente ricordare allo spettatore di essere un boss. Moretti può essere elegante e affabile precisamente perché non abbiamo bisogno che agiti le braccia ogni trenta secondi per comprendere che potrebbe ordinare la morte di qualcuno.

È quella forma di minaccia molto più efficace che nasce dall’economia del gesto. Quando Castellitto divide la scena con Scodelario e James, improvvisamente i registri tornano a equilibrarsi: tre personaggi consapevoli del proprio potere che non sentono il bisogno di esibirlo continuamente. Ed è lì che la serie torna ai propri livelli migliori.

Nel complesso, comunque, la trama tiene bene botta. Viene inevitabilmente meno una parte dell’afflato innovativo della prima stagione, perché ormai conosciamo perfettamente le regole del gioco. Non esiste più il piacere della scoperta di quell’assurdo matrimonio fra country-house comedy e gangster movie che costituiva la grande novità iniziale: ciò che allora era invenzione adesso è diventato grammatica.

Ritchie continua a sapere come costruire incastri criminali, escalation improvvise, alleanze temporanee e soprattutto problemi la cui soluzione tende invariabilmente a produrre problemi peggiori. La serie possiede ancora un ritmo invidiabile e regala diversi momenti eccellenti, soprattutto quando torna sul terreno che conosce meglio: dialoghi affilati, rapporti di potere, violenza improvvisa, black humour e quella particolare capacità di trasformare il cattivo gusto in una forma di eleganza.

Anche la regia e la fotografia rimangono di livello elevatissimo. L’Italia è magari stereotipata sul piano umano, ma viene fotografata meravigliosamente: sembra a volte che Ritchie abbia trasformato il Grand Tour settecentesco in un itinerario per narcotrafficanti.

È proprio qui che colloco la seconda stagione rispetto alla prima. La prima aveva qualcosa della scoperta: un universo nuovo, un protagonista che vi precipitava dentro e soprattutto un equilibrio perfettamente inatteso fra aristocrazia britannica e sottobosco criminale. La seconda non può replicare quello stupore e prova quindi ad ampliare geograficamente e narrativamente il campo da gioco. Ci riesce solo in parte, perché l’Italia diventa troppo spesso una splendida cartolina popolata di figure che sembrano provenire da un repertorio di stereotipi.

Una volta superate le macchiette, The Gentlemen rimane The Gentlemen: intelligente quanto basta, elegantissimo, cattivo, divertente e costruito attorno a due protagonisti che continuano a funzionare magnificamente.

La serie piacerà a:

Chi ha apprezzato la prima stagione e vuole continuare a seguire l’evoluzione di Eddie e Susie; chi ama il crime elegante, il black humour e l’estetica ipercurata di Guy Ritchie. Anche l’ambientazione italiana offre visivamente diversi momenti magnifici.

La serie non piacerà a:

Chi aveva trovato nella prima stagione soprattutto l’originalità della collisione fra aristocrazia britannica e criminalità o chi è particolarmente insofferente alla rappresentazione stereotipata degli italiani nelle produzioni anglosassoni. In alcuni momenti pizza e mandolino vengono sostituiti da mafia e motoscafo, ma il principio non cambia molto.

Pregi:

Kaya Scodelario ancora superlativa, Theo James sempre più convincente nell’evoluzione di Eddie e un ottimo Sergio Castellitto, capace di conferire a Marco Moretti autorevolezza senza trasformarlo in una maschera. Trama solida e intrigante, fotografia sontuosa, regia elegante e diversi momenti nei quali il marchio di fabbrica di Ritchie funziona alla perfezione.

Difetti:

La parte italiana indulge troppo spesso nel cliché e in personaggi macchiettistici, soprattutto Maldini e Tancredi. Poco convincente anche Benedetta Porcaroli, soprattutto se confrontata con la presenza scenica della Scodelario. Viene inoltre inevitabilmente meno quell’effetto di sorpresa che aveva reso la prima stagione così fresca e originale.

Giudizio finale:

Ottimo ★★★★☆

(Recensione a cura di Umberto Visani)

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