Her Private Hell (2026)
Dati del film
Anno: 2026
Genere: Thriller, Drammatico, Horror
Paese di produzione: Danimarca, Stati Uniti, Giappone, Regno Unito
Distribuzione: MUBI
Durata: 110 min
Casa di produzione: Neon, byNWR
Produzione: Nicolas Winding Refn, Lene Børglum, Takuma Takasaki
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Esti Giordani
Cast: Sophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Frøseth, Dougray Scott, Diego Calva, Shioli Kutsuna, Aoi Yamada, Hidetoshi Nishijima
Trama:
Elle (Sophie Thatcher), giovane attrice di successo, arriva in una metropoli futuristica immersa in una nebbia quasi permanente per partecipare a Candyfloss, film fantascientifico diretto dal padre Johnny Thunders, con il quale intrattiene un rapporto difficile. Nel cast c’è anche Dominique, sua ex amante divenuta nel frattempo moglie del padre, mentre la giovane Hunter, aspirante attrice affascinata da Elle, entra progressivamente nel loro mondo. A complicare ulteriormente le cose interviene la leggenda del Leather Man, una creatura demoniaca che vaga alla ricerca della figlia perduta, mentre parallelamente seguiamo Private K, misterioso soldato impegnato in una discesa agli inferi per ritrovare a sua volta una figlia scomparsa. Progressivamente i diversi livelli della narrazione – realtà, film nel film, leggenda e dimensione fantastica – cominciano a sovrapporsi fino a rendere impossibile stabilire dove finisca l’uno e inizi l’altro.
Cosa ne penso (piccoli spoiler):
Her Private Hell è uno di quei film destinati quasi inevitabilmente a dividere il pubblico in due categorie: chi accetta di entrare nel suo linguaggio e chi, dopo mezz’ora trascorsa inutilmente a cercare una causalità tradizionale, decide che “non si capisce niente” e quindi che il film sia una boiata. La seconda reazione, ormai piuttosto frequente davanti a opere che rifiutano di trasformarsi in un problema di enigmistica con soluzione allegata, dice forse più dello spettatore contemporaneo che del film stesso. Perché Her Private Hell non è incomprensibile, semplicemente non chiede di essere compreso esclusivamente attraverso categorie razionali e discorsive.
È una distinzione che considero fondamentale e che rimanda inevitabilmente a David Lynch, soprattutto a INLAND EMPIRE. Anche lì esiste un film dentro il film; anche lì l’attrice, il personaggio interpretato, la storia che si sta girando e quella che apparentemente costituisce la “realtà” finiscono progressivamente per contaminarsi, fino a rendere del tutto sterile la domanda più elementare: «Ma quindi cosa sta succedendo davvero?».
Refn procede esattamente su una strada lynchana. Candyfloss non è soltanto un espediente narrativo, ma un livello della realtà filmica che progressivamente invade gli altri. Il pianeta di cristallo del film-nel-film diventa lo spazio nel quale si consuma lo scontro con Leather Man; Private K sembra appartenere contemporaneamente a un’altra epoca, a un’altra storia e allo stesso universo simbolico; Johnny racconta una leggenda che successivamente prende corpo; Elle è attrice, personaggio, spettatrice e infine parte attiva di una narrazione che avrebbe dovuto limitarsi a interpretare.
È cinema che riflette sul cinema attraverso il cinema. E qui il parallelo con Lynch diventa inevitabile, pur restando Refn diverso. Lynch procede spesso per associazioni, risonanze, slittamenti identitari e logiche proprie del sogno; Refn è più ieratico, geometrico, persino liturgico nella composizione dell’immagine. Ma entrambi rifiutano l’idea che una storia debba necessariamente essere riducibile a una linea cronologica sulla quale collocare ordinatamente gli avvenimenti.
A mio avviso, occorre ascoltare il regista Refn quando in un’intervista fornisce una forte chiave di lettura accostando Her Private Hell a una fiaba. Non nel senso infantilizzato che il termine ha assunto nell’uso comune, naturalmente, ma nel suo significato più antico: un racconto nel quale personaggi e luoghi possono possedere contemporaneamente una funzione narrativa, simbolica e iniziatica. Ci sono un padre che abbandona, un padre mostruoso che non riesce invece a lasciare andare, un padre ideale disposto a scendere letteralmente agli Inferi per ritrovare la figlia; ci sono due enigmatiche figure femminili che sembrano conoscere le regole profonde del mondo; esiste un mostro apparentemente invulnerabile ma dotato di un preciso punto debole; c’è un oggetto – l’accetta dorata – che viene consegnato molto prima di acquistare il proprio significato definitivo. E, soprattutto, c’è una discesa agli Inferi. Private K possiede qualcosa di Orfeo, naturalmente: attraversa un mondo ostile alla ricerca della persona perduta e la sua vicenda si muove secondo una logica che appartiene più al mito che al realismo. Ma Refn complica ulteriormente il dispositivo perché il viaggio di K non si limita a procedere parallelamente a quello di Elle: a un certo punto le due traiettorie convergono, quasi fossero due formulazioni differenti della stessa fiaba.
Non occorre, a mio avviso, chiamare in causa complessi, pulsioni rimosse o altre fissazioni novecentesche della psicanalisi per cogliere la potenza di questa costruzione. Il mito e la fiaba disponevano già da millenni di strumenti molto più vasti per raccontare perdita, separazione, ricerca, morte e ritorno. Refn utilizza precisamente quella grammatica, soltanto sostituendo foreste, castelli e animali parlanti con neon, camere d’albergo, cinema di fantascienza, Yakuza e paesaggi cristallini.
In questo senso Leather Man funziona magnificamente come figura fiabesca. È il mostro perché svolge la funzione del mostro: irrompe, perseguita, mutila, mette alla prova e deve infine essere abbattuto secondo una regola conosciuta. Gli devono essere recise le mani, e saranno precisamente quelle mani – o meglio i guanti che le caratterizzavano – a sopravvivere alla sua distruzione.
Refn costruisce continuamente il film in termini figurali. Il colore, la luce, gli spazi, i corpi, gli abiti e persino la nebbia contano almeno quanto i dialoghi. La metropoli sembra esistere fuori dal tempo; l’albergo possiede qualcosa di liminale; il mondo cristallino di Candyfloss è contemporaneamente set cinematografico, aldilà e spazio della prova. Non siamo lontani, come accennato, da certi ambienti lynchiani che iniziano come luoghi e terminano come stati dell’essere.
È qui che credo si produca il cortocircuito con una parte del pubblico contemporaneo, ormai educato da una quantità infinita di prodotti audiovisivi a pensare che comprendere significhi essenzialmente ricevere informazioni. Chi è Leather Man? Da dove viene? Private K esiste davvero? In che anno siamo? Quella scena è successa oppure è stata immaginata? Candyfloss è un film o sta diventando reale? Domande legittime, naturalmente, ma non necessariamente decisive.
Il cinema di questo tipo richiede invece un diverso atteggiamento: lasciarsi attraversare dalle immagini prima di pretendere di dominarle. Ed è proprio per questo che considero piuttosto povera la critica automatica dell’opera “incomprensibile”. Esistono naturalmente film confusi perché scritti male, così come esistono registi che mascherano il vuoto dietro l’oscurità. Ma l’assenza di linearità non costituisce di per sé confusione, così come l’ambiguità non equivale alla mancanza di significato. A volte è semplicemente lo spettatore ad applicare a un testo la grammatica sbagliata.
Her Private Hell è quindi, a mio avviso, un film estremamente affascinante: visivamente sontuoso, volutamente artificiale, enigmatico ma tutt’altro che arbitrario, costruito come una sorta di fiaba postmoderna sulla perdita, sull’abbandono, sulla ricerca e sul cinema stesso come macchina capace di fabbricare mondi dentro altri mondi.
Se INLAND EMPIRE trasformava il set cinematografico in una porta attraverso la quale identità e realtà potevano precipitare l’una dentro l’altra, Refn utilizza Candyfloss in maniera analoga: a un certo punto non sappiamo più se il cinema stia rappresentando la realtà o se sia stata la realtà a essere inghiottita dal cinema.
Personalmente, è precisamente in quel momento che Her Private Hell comincia davvero a funzionare, perché una fiaba non deve necessariamente dirci dove siamo ma deve convincerci che abbiamo attraversato una soglia, e Refn quella soglia la apre magnificamente.
Il film piacerà a:
Chi ama Refn, David Lynch, il cinema simbolico e non lineare, le narrazioni nelle quali realtà, mito e rappresentazione finiscono per confondersi. In particolare, chi considera INLAND EMPIRE, Mulholland Drive o Strade Perdute territori da esplorare anziché rebus da risolvere troverà parecchio materiale interessante.
Il film non piacerà a:
Chi necessita di una rigorosa concatenazione causale, pretende che ogni immagine riceva una spiegazione univoca e considera l’ambiguità narrativa un difetto in sé. In questo caso il rischio di arrivare ai titoli di coda pronunciando il fatidico «non ho capito niente» è piuttosto elevato.
Pregi:
La straordinaria costruzione visiva, la contaminazione fra fiaba, mito, fantascienza e horror, il dispositivo del film-nel-film, l’intersezione progressiva dei differenti livelli narrativi e una Sophie Thatcher perfettamente a proprio agio nell’universo di Refn. Molto suggestiva anche la figura di Private K e magnifico il modo in cui Candyfloss finisce per contaminare la cosiddetta realtà.
Difetti:
È un film programmaticamente ostile alla linearità e talvolta compiaciuto della propria dimensione estetica. Alcuni passaggi possiedono più forza iconica che narrativa e Refn, come spesso accade, può apparire innamorato delle proprie immagini fino al limite dell’autocompiacimento. Ma ridurlo per questo a esercizio di stile significherebbe perderne quasi completamente il senso.
Giudizio finale:
Ottimo ★★★★☆
(Recensione a cura di Umberto Visani)

Commenti
Posta un commento