The Gentlemen stagione 1 (2024)
Recensione a cura di: Umberto Visani
Genere: Commedia nera, crime, drammatico, azione
Paese di produzione: Regno Unito, Stati Uniti
Casa di produzione: Moonage Pictures, Miramax Television, Toff Guy Films, Guy Ritchie Productions
Ideatore: Guy Ritchie
Produttori: Guy Ritchie, Matthew Read, Ivan Atkinson, Bill Block, Marn Davies, Will Gould, Marc Helwig, Frith Tiplady, Hugh Warren
Cast principale: Theo James (Eddie Horniman), Kaya Scodelario (Susie Glass), Daniel Ings (Freddy Horniman), Joely Richardson (Lady Sabrina Horniman), Vinnie Jones (Geoff Seacombe), Giancarlo Esposito (Stanley Johnston / "Uncle Stan"), Ray Winstone (Bobby Glass)
Trama:
Eddie Horniman (Theo James), capitano dell’esercito britannico impegnato in una missione delle Nazioni Unite, torna in Inghilterra in seguito alla morte del padre e si ritrova inaspettatamente a ereditare titolo e proprietà di famiglia. La tenuta nasconde però un dettaglio non esattamente secondario: nel sottosuolo opera da anni una gigantesca coltivazione di cannabis appartenente all’impero criminale di Bobby Glass (Ray Winstone), gestita dalla figlia Susie (Kaya Scodelario). Come se non bastasse, Freddy (Daniel Ings), fratello maggiore di Eddie, è sommerso dai debiti contratti con persone dalle quali sarebbe decisamente preferibile non prendere denaro in prestito. Nel tentativo di liberare la famiglia dalla criminalità organizzata, Eddie finirà quindi per entrarvi sempre più profondamente, scoprendo forse di possedere per quel mondo attitudini insospettabili
Nel 2024 The Gentlemen mi era completamente sfuggita. L'ho recuperata soltanto adesso, dopo che mia moglie me l'ha consigliata e abbiamo iniziato a vederla insieme: la prima stagione è un piccolo concentrato di tutto ciò che Guy Ritchie sa fare magnificamente quando si trova nel territorio a lui più congeniale.
La premessa è già ottima. Un giovane aristocratico eredita una gigantesca proprietà di campagna e scopre che sotto prati impeccabilmente curati, boschi da caccia e saloni si trova un'enorme piantagione di marijuana. Difficile immaginare una metafora più esplicita, e nello stesso tempo più divertente, dell'Inghilterra raccontata da Ritchie. Netflix stessa sintetizzò la serie proprio attraverso l'incontro fra aristocrazia e impero criminale: Eddie eredita la tenuta insieme al business clandestino dei Glass, ritrovandosi progressivamente trascinato in quel mondo.
Ed è proprio questo cortocircuito fra aristocrazia e gangsterismo a rendere la serie qualcosa di più dell'ennesimo crime ben confezionato. Ritchie sembra suggerire, con la consueta mancanza di reverenza, che i due mondi siano forse meno distanti di quanto amino pensare. Entrambi funzionano attraverso gerarchie, territori, famiglie, codici non scritti, protezione degli interessi e una certa disponibilità a utilizzare mezzi poco ortodossi quando qualcuno viola le regole (il sottopasso dell’Alma avrebbe molto di tragico da raccontare). Cambiano gli abiti e la terminologia: uno possiede titoli nobiliari e terreni da secoli, l'altro uomini armati e coltivazioni sotterranee. Ma il principio dinastico, in fondo, rimane sorprendentemente simile. Non a caso anche parte della presentazione britannica della serie ha giocato proprio sull'idea dell'aristocrazia come forma originaria di gangsterismo.
Da questo punto di vista The Gentlemen sembra quasi prendere la grande tradizione inglese della country-house comedy e rivoltarla. La casa di campagna, nella narrativa britannica, è storicamente un microcosmo: luogo dell'eredità, del matrimonio, della gerarchia sociale, delle buone maniere e soprattutto delle cose che sarebbe opportuno non dire a tavola. Da Jane Austen fino a Evelyn Waugh e P. G. Wodehouse, una parte consistente dell'umorismo inglese nasce proprio dall'osservazione di classi sociali obbligate a rispettare codici rigidissimi mentre attorno a loro accade di tutto. Ritchie conserva il codice e cambia soltanto ciò che accade attorno.
Qui non bisogna trovare marito alla figlia o impedire che uno zio eccentrico rovini il pranzo: bisogna capire come evitare che un gangster di Liverpool ammazzi qualcuno perché il fratello del duca ha accumulato un debito astronomico. Il principio della commedia di costume, però, paradossalmente sopravvive. Il divertimento nasce continuamente dallo scarto fra ciò che la situazione richiederebbe in termini di compostezza e ciò che sta effettivamente accadendo.
Ed è qui che entra in scena Freddy. Daniel Ings offre una prestazione semplicemente eccezionale. Freddy Horniman è una macchina narrativa progettata per prendere una situazione già problematica e renderla catastrofica nel minor tempo possibile. Viziato, fragile, cocainomane, emotivamente incontrollabile, convinto di possedere capacità che evidentemente non possiede, è una specie di discendente degenerato del fool della commedia inglese: quello che dovrebbe limitarsi a stare fermo e che proprio per questo sarà inevitabilmente il primo a fare qualcosa.
Ha qualcosa dell'upper-class twit della tradizione britannica, ma portato a una dimensione quasi picaresca: un uomo che passa da una disgrazia alla successiva contribuendo normalmente alla propria rovina con entusiasmo ammirevole. E Ings lo interpreta senza cercare di renderlo simpatico a tutti i costi, cosa che lo rende paradossalmente ancora più divertente. Ogni volta che Freddy annuncia di avere un'idea, lo spettatore comprende immediatamente che qualcuno, da qualche parte, dovrebbe impedirglielo.
Sul versante opposto c'è Susie Glass, e Kaya Scodelario è semplicemente superlativa. Se Freddy occupa lo spazio attraverso il caos, Susie lo domina mediante il controllo. Elegante, glaciale senza essere inespressiva, intelligentissima, capace di passare dalla cortesia alla minaccia quasi senza modificare il tono della voce, è uno di quei personaggi per i quali bastano pochi minuti per capire di trovarsi di fronte a una interpretazione magistrale.
La cosa interessante è che Ritchie non costruisce il rapporto fra Susie ed Eddie sulla consueta opposizione semplicistica fra criminale e gentiluomo. Entrambi sono gestori di sistemi ereditati dalle rispettive famiglie. Eddie riceve un ducato; Susie riceve, di fatto, un impero criminale. Entrambi devono dimostrare di essere all'altezza di ciò che è stato loro consegnato e progressivamente scoprono che le competenze necessarie nei due mondi sono sorprendentemente intercambiabili.
Theo James è molto bravo proprio perché comprende di dover essere il centro relativamente stabile di un universo popolato da eccentrici. Eddie è inizialmente l'uomo razionale che entra nella gabbia dei matti, ma uno degli aspetti più intriganti della stagione è osservare quanto rapidamente impari le regole della gabbia e, soprattutto, quanto cominci a divertirsi una volta compreso il gioco. Non è quindi soltanto la storia di un aristocratico costretto a frequentare criminali: è anche quella di un uomo che scopre progressivamente di avere un'attitudine naturale per la predazione.
Del resto uno dei concetti utilizzati dallo stesso Ritchie per descrivere la serie è proprio il passaggio dallo zoo alla giungla e la necessità di imparare a cacciare al suo interno. E la metafora funziona perfettamente perché Eddie, apparentemente civilizzato, educato e disciplinato, scopre poco alla volta che la distanza fra gentleman e predatore potrebbe essere soprattutto questione di circostanze.
Attorno a loro Ritchie costruisce poi la consueta corte dei miracoli di personaggi eccentrici: gangster, intermediari, aristocratici decaduti, uomini d'affari, delinquenti psicopatici e figure che sembrano essere entrate nella serie dopo avere perso una scommessa molto pericolosa.
Dal punto di vista della realizzazione, poi, siamo di fronte a Ritchie allo stato puro. Va precisato che dirige personalmente i primi due episodi, oltre a essere creatore e co-sceneggiatore della serie, ma la sua impronta stilistica permea l'intera operazione. Montaggi accelerati, improvvise variazioni di ritmo, inserti grafici, musica utilizzata quasi come punteggiatura, violenza che esplode spesso nel momento più inopportuno e dialoghi costruiti con quella musicalità molto britannica nella quale educazione formale e minaccia di morte possono tranquillamente occupare la stessa scena.
Anche la fotografia è modernissima, lucida, sofisticata, quasi patinata, ma senza rendere asettico il mondo che rappresenta. La campagna inglese, gli interni aristocratici, le automobili, gli abiti e persino gli impianti clandestini vengono fotografati con una cura quasi pubblicitaria, salvo poi essere periodicamente contaminati da sangue, droga, animali, risse e personaggi che distruggono in pochi secondi qualsiasi parvenza di rispettabilità.
È una delle cose che Ritchie sa fare meglio: estetizzare il caos senza renderlo innocuo.
La sceneggiatura è inoltre molto intrigante perché procede attraverso continui incastri, favori, debiti, ricatti e alleanze temporanee. Ogni problema risolto tende a produrne altri due, in una struttura quasi da commedia degli equivoci criminale. Non siamo davanti al crime realistico né la serie sembra avere alcuna intenzione di esserlo: tutto è deliberatamente sopra le righe, dai personaggi alle situazioni, ma l'universo possiede regole abbastanza precise da risultare coerente con se stesso.
Ed è proprio quel “sopra le righe” a rappresentare la cifra migliore di The Gentlemen. Non significa semplicemente eccessivo. Significa che Ritchie costruisce un mondo nel quale tutti recitano il proprio ruolo sociale con una consapevolezza quasi teatrale: il duca deve sembrare un duca, il gangster deve sapere come si comporta un gangster, la figlia del boss veste e parla come se stesse amministrando contemporaneamente un fondo d'investimento e una guerra fra clan. La realtà viene leggermente spinta oltre se stessa fino a trasformarsi in stile.
In questo senso la serie ha qualcosa della commedia di costume sette-ottocentesca, qualcosa del romanzo picaresco e naturalmente moltissimo del gangster movie britannico. Il rango sociale diventa una maschera, il denaro il vero elemento di continuità fra vecchio e nuovo potere e il protagonista un novello apprendista che attraversa una serie di prove per comprendere non soltanto come sopravvivere, ma quale parte desideri occupare nel sistema.
Il titolo, allora, diventa assai meno innocente di quanto sembri. Chi sono veramente i gentlemen?
Quelli con un ducato, una tenuta e generazioni di antenati alle pareti oppure quelli che dirigono con estrema professionalità un'organizzazione criminale? E, soprattutto, quanto è davvero grande la distanza fra le due categorie quando entrambe intendono proteggere patrimonio, famiglia e territorio?
Ritchie non ha particolare interesse a darci una risposta morale. Siamo di fronte a una serie brillante, divertente, visivamente curatissima e narrativamente coinvolgente, con una galleria di personaggi deliberatamente e magnificamente eccessivi. Una sorta di Downton Abbey in cui si cerca di vedere cosa sia stato nascosto nelle cantine della tenuta.



Commenti
Posta un commento