Reacher (stagioni 1-4 in corso)
Recensione a cura di: Umberto Visani
Genere: Azione, thriller, poliziesco
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Casa di produzione: Amazon MGM Studios, Skydance Television, Paramount Television Studios, Blackjack Films
Ideatore: Nick Santor
Produttori: Nick Santora, Lee Child, Don Granger, Scott Sullivan, David Ellison, Dana Goldberg, Paula Wagner, Marcy Ross (esecutivi)
Cast principale: Alan Ritchson (Jack Reacher), Maria Sten (Frances Neagley), Malcolm Goodwin (Oscar Finlay), Willa Fitzgerald (Roscoe Conklin), Serinda Swan (Karla Dixon), Shaun Sipos (David O'Donnell)
Trama:
Jack Reacher (Alan Ritchson) è un ex maggiore della Polizia Militare statunitense che, abbandonato l’esercito, conduce un’esistenza quasi nomade attraverso gli Stati Uniti, senza una casa, praticamente senza bagagli e con pochissimi legami stabili. Dotato di straordinarie capacità investigative, memoria fuori dal comune e una prestanza fisica che rende generalmente poco salutare affrontarlo in uno scontro diretto, Reacher finisce inevitabilmente per imbattersi in omicidi, complotti, organizzazioni criminali e vicende legate al proprio passato militare. Ogni stagione sviluppa una storia autonoma, adattando uno dei romanzi della fortunata serie letteraria creata da Lee Child.
Reacher è una di quelle serie che, sulla carta, avrebbero potuto sbagliare quasi tutto. Un protagonista iper-fisicato e allenato, intelligentissimo, dotato di un codice morale granitico e della singolare tendenza a capitare esattamente nei posti nei quali qualcuno sta organizzando un complotto sufficientemente grave da richiedere il suo intervento. Ingredienti che, se gestiti male, avrebbero potuto produrre una sorta di supereroe senza costume oppure uno di quei prodotti d’azione nei quali la sceneggiatura serve esclusivamente a collegare una scazzottata alla successiva. Fortunatamente accade esattamente il contrario.
Il principale merito della serie è infatti quello di avere compreso molto bene il materiale letterario dal quale deriva. Ogni stagione prende sostanzialmente un romanzo di Lee Child e costruisce attorno ad esso un arco narrativo completo: cambia il luogo, cambiano quasi tutti i personaggi, cambia il mistero da risolvere, mentre rimane Jack Reacher. Una formula apparentemente semplicissima, ma estremamente efficace.
La prima stagione, tratta da Killing Floor, ha il merito di presentarci perfettamente il personaggio così come Lee Child lo aveva concepito nel primo romanzo. Reacher arriva nella piccola Margrave quasi per caso e nel giro di pochissimo si ritrova arrestato per un omicidio che non ha commesso e immerso in una vicenda infinitamente più complessa di quanto inizialmente possa apparire. Ed è già qui che la serie trova il tono giusto. Azione, investigazione, complotto e, soprattutto, ironia. Perché Reacher potrebbe facilmente risultare insopportabile se la serie pretendesse di prenderlo sempre terribilmente sul serio. Il suo modo quasi matematico di interpretare le situazioni, l'assoluta mancanza di interesse verso buona parte delle convenzioni sociali e quella sicurezza derivante dal sapere perfettamente cosa è in grado di fare producono alcuni dei momenti più riusciti della serie.
Il risultato è un ottimo equilibrio fra azione e ironia, all'interno di vicende che possiedono il ritmo della spy-story e del conspiracy thriller, ma senza cadere quasi mai nella stupidità che affligge tanti prodotti d'azione contemporanei. E questo, secondo me, è un punto fondamentale.
Le indagini hanno una loro logica, i complotti sono costruiti con attenzione, pregni di indizi, depistaggi, interessi economici, apparati militari, aziende, criminalità e personaggi che agiscono sulla base di motivazioni comprensibili. Poi, naturalmente, arriva anche il momento nel quale Reacher deve spiegare fisicamente a qualcuno perché avrebbe fatto meglio a prendere una decisione differente, ma la violenza rappresenta generalmente la conclusione di un percorso narrativo, non il suo sostituto.
La seconda stagione, tratta da Bad Luck and Trouble, compie un'operazione altrettanto interessante perché allarga la prospettiva sul passato militare di Reacher e soprattutto sul 110th Special Investigations Unit, mostrando qualcosa che la prima stagione poteva soltanto suggerire: Reacher non è sempre stato un solitario.
La terza stagione, basata su Persuader, cambia nuovamente atmosfera e riporta maggiormente Reacher nella dimensione dell'uomo solo, introducendolo all'interno di un'indagine sotto copertura nella quale presente e passato finiscono per sovrapporsi.
Anche qui funziona molto bene la struttura derivata dai romanzi: invece di inventare un'unica gigantesca cospirazione destinata a trascinarsi per sei stagioni – con inevitabile moltiplicazione di fratelli segreti, organizzazioni dentro organizzazioni e morti che dopo diciassette episodi scopriamo non essere realmente morti – Reacher ha il grande vantaggio di poter chiudere una storia e cominciarne un'altra.
La quarta stagione, tratta da Gone Tomorrow, conferma almeno per quanto visto finora questa impostazione, trasferendo l'azione a Philadelphia e costruendo il mistero a partire da un incontro apparentemente casuale nella metropolitana e da una chiave USB che contiene informazioni per le quali qualcuno è disposto a uccidere.
Ancora una volta si parte da qualcosa di relativamente piccolo per aprire progressivamente una vicenda assai più ampia. Ed è probabilmente questo il meccanismo narrativo che meglio definisce Reacher: Jack sta andando da qualche parte, vede qualcosa che non gli torna e decide di occuparsene.
Un plauso all’attore che interpreta Reacher, Alan Ritchson, non soltanto perché possiede la fisicità descritta nei romanzi ma perché è riuscito a trovare un equilibrio estremamente difficile fra forza, intelligenza, distacco e ironia.
Dopo quattro stagioni, Reacher rimane per me uno dei migliori prodotti action-thriller televisivi degli ultimi anni: adrenalinico senza essere idiota, ironico senza trasformarsi in parodia, violento senza costruire esclusivamente sulla violenza la propria attrattiva.



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