Oasis - Don't Look Back In Anger
Recensione a cura di: Umberto Visani
Titolo originale: Oasis: Don't Look Back In Anger
Genere: Documentario musicale
Paese di produzione: Regno Unito, Stati Uniti
Durata: 122 minuti
Regia: Dylan Southern, Will Lovelace
Produttori: Sam Bridger, Guy Heeley, Steven Knight, Tom Mackay
Casa di produzione: Magna Studios, in collaborazione con Sony Music Vision e Sony Music Entertainment UK
Cast: Liam Gallagher, Noel Gallagher, Paul Arthurs (Bonehead), Gem Archer, Andy Bell
Cosa ne penso (pochi spoiler):
Dopo sedici anni di separazione, Liam e Noel Gallagher tornano insieme sul palco per Oasis Live ’25, il tour della reunion di una delle band più iconiche della storia recente del rock britannico. Oasis: Don’t Look Back in Anger segue questo ritorno attraverso i concerti, le prove, alcuni momenti dietro le quinte e soprattutto la musica, raccontando ciò che gli Oasis sono stati e ciò che continuano a rappresentare per milioni di persone.
Cosa ne penso (pochi spoiler):
Sono andato a vedere Oasis: Don’t Look Back in Anger con aspettative altissime, un po’ come mi era accaduto quando ero entrato in sala per vedere il film-concerto di Taylor Swift. Questa volta, però, c’era anche una componente personale diversa. Ho iniziato ad andare assiduamente ai concerti più o meno dal 2011 e, per una crudele questione anagrafico-temporale, ero quindi arrivato troppo tardi per vedere dal vivo gli Oasis nella loro prima incarnazione. Negli anni della separazione ho però continuato a seguire entrambi i fratelli: i Beady Eye di Liam, i Noel Gallagher’s High Flying Birds, le rispettive carriere soliste e i loro concerti. Mi sono invece perso, questa volta per colpa mia, il tour della reunion del 2025, non avendo acquistato il biglietto. Forse proprio per questo ho scelto deliberatamente di vedere il film in IMAX: se non ero riuscito a essere lì, volevo almeno avvicinarmi il più possibile alla sensazione di esserci. E sotto questo aspetto il film riesce magnificamente nell’impresa.
Prima di arrivare allo stadio, però, c’è opportunamente il percorso necessario per tornarci. La parte iniziale dedicata alle prove della reunion è importante proprio perché restituisce qualcosa che una semplice registrazione del concerto non avrebbe potuto mostrare: il progressivo riavvicinamento artistico di due persone che sono fratelli prima ancora che colleghi e che per anni sono riuscite a trasformare un dissidio familiare in materia di interesse internazionale. Vederli nuovamente condividere una sala prove, ritrovare i brani, gli automatismi e quella complementarità che sembrava essersi perduta conferisce alle successive esibizioni un significato assai maggiore. Perché Liam e Noel sono artisticamente complementari quasi quanto umanamente incompatibili: Noel è l’architetto, autore di melodie sontuose nella loro apparente semplicità e di ritornelli che sembrano essere sempre esistiti; Liam possiede invece quella voce nasale, abrasiva, arrogante e immediatamente riconoscibile che trasforma quelle composizioni in inni. Uno ha scritto le canzoni, l’altro ha avuto esattamente la voce che quelle canzoni richiedevano.
La loro storia possiede inoltre qualcosa di quasi archetipico. Due fratelli di Manchester, provenienti da una famiglia operaia di fortissime radici irlandesi, arrivati dal nulla e divenuti nel giro di pochissimi anni uno dei simboli musicali della Gran Bretagna. Il film fa bene a ricordare anche questo legame con l’Irlanda, perché l’identità dei Gallagher non si esaurisce nel passaporto britannico o nell’appartenenza mancuniana: sono figli di genitori irlandesi e quella consapevolezza delle proprie origini fa parte della loro formazione culturale e familiare. Su questo s’innesta poi Manchester, ancora attraversata dall’onda lunga della Madchester, dei club, dell’orgoglio working class e di una città che tra gli anni Ottanta e Novanta sembrava produrre musica con la stessa naturalezza con cui altre città producevano automobili. Noel aggiunge a tutto questo una devozione mai nascosta per i Beatles, in particolare per quella concezione lennoniana e mccartneyana della canzone pop come oggetto apparentemente semplice, immediatamente riconoscibile e proprio per questo difficilissimo da costruire.
Ed è precisamente la riconoscibilità una delle qualità fondamentali degli Oasis. Riconosci Liam dalla postura prima ancora che apra bocca, Noel da una progressione di accordi, un loro brano dopo poche battute e probabilmente la band stessa da una fotografia sfocata. Ma soprattutto sono riusciti nella rarissima impresa di diventare giganteschi senza smettere di apparire, nell’immaginario del loro pubblico, one of us. Anche quando riempivano Knebworth conservavano qualcosa dei ragazzi di Burnage che avresti potuto incontrare al pub, solo che uno dei due aveva nel frattempo scritto Live Forever. Prendendo in prestito l’espressione di un John Lennon da loro tanto amato, autentici working-class heroes, diventati aristocrazia del rock senza acquisirne del tutto le buone maniere. E forse è proprio questa assenza di distanza a spiegare parte dell’incredibile rapporto instaurato con il pubblico.
Uno dei momenti che mi ha colpito maggiormente è infatti quello del prete di Manchester, che attribuisce alla reunion una dimensione quasi sacrale, mistica, liturgica. Potrebbe sembrare un’esagerazione e invece, osservando ciò che accade intorno ai concerti, la definizione appare sorprendentemente pertinente. Un rito collettivo possiede uno spazio, una comunità, formule che tutti conoscono e ripetono insieme, un’attesa e un momento nel quale l’individuo sembra sciogliersi temporaneamente in qualcosa di più grande. Quando decine di migliaia di persone cantano contemporaneamente Live Forever, Supersonic, Champagne Supernova, Wonderwall o Don’t Look Back in Anger, la distanza fra concerto e liturgia popolare diventa improvvisamente meno netta di quanto potrebbe sembrare. Non occorre naturalmente fondare la Chiesa dei Gallagher – anche perché immagino che il primo scisma arriverebbe entro pochi giorni – ma la componente rituale è innegabile.
Il film la rende ancora più evidente attraverso le moltissime persone intervistate. Età, provenienze e storie differenti finiscono tutte per convergere sul medesimo punto: gli Oasis non appartengono più soltanto a Manchester, al Britpop o agli anni Novanta. Sono diventati una icona mondiale. Colpisce vedere persone provenienti da luoghi lontanissimi raccontare che cosa significhino quelle canzoni per loro, così come colpisce vedere ragazzi troppo giovani persino per ricordare la band prima dello scioglimento cantare gli stessi testi di chi nel 1996 era a Knebworth. A quel punto non siamo più davanti alla nostalgia di una generazione: siamo davanti alla trasmissione di un patrimonio culturale. È forse questa la misura più attendibile della grandezza di un gruppo musicale: quando le canzoni sopravvivono al contesto che le ha generate e cominciano ad appartenere anche a chi quel contesto non lo ha mai vissuto.
Poi arriva il concerto e il film diventa esattamente ciò che speravo. Visto e soprattutto ascoltato in IMAX, possiede una forza straordinaria: lo stadio, le masse, i cori che in alcuni momenti sembrano quasi sovrastare la band e quella sensazione difficilmente descrivibile di riconoscere una canzone dopo due accordi e sapere già cosa accadrà nella sala. È qui che ho avuto maggiormente l’impressione di recuperare almeno in parte quel concerto del 2025 che avevo stupidamente mancato. Dopo anni trascorsi a vedere Liam e Noel separatamente, sentirli nuovamente dentro le stesse canzoni produce qualcosa di molto diverso dalla semplice somma delle rispettive carriere soliste. I Beady Eye hanno avuto ottimi momenti, gli High Flying Birds hanno dimostrato quanto Noel potesse essere musicalmente autonomo e le successive carriere dei due sono state tutt’altro che irrilevanti; eppure quando tornano insieme diventa evidente che esiste una chimica impossibile da ricostruire altrove. La reunion non è quindi soltanto nostalgia: è il ritorno di qualcosa che, separato nei suoi componenti, continuava a funzionare, ma non era più la stessa cosa.
Sono entrato in sala con aspettative altissime e ne sono uscito pensando che il film fosse persino migliore di quanto sperassi: superlativo, magnetico, emozionante. Restituisce il giusto merito a due fratelli partiti praticamente dal nulla, alle partiture sontuose di Noel, alla voce irripetibile di Liam e a una quantità quasi imbarazzante di canzoni diventate patrimonio collettivo. Ma soprattutto riesce a spiegare perché, sedici anni dopo la separazione, il mondo fosse ancora lì ad aspettarli.
Quanto durerà la pace fra i Gallagher è naturalmente materia sulla quale sarebbe imprudente accettare scommesse. Il film stesso nasce, in fondo, dall’evento statisticamente meno probabile dell’intera vicenda Oasis: Liam e Noel che riescono nuovamente a stare sullo stesso palco abbastanza a lungo da terminare un concerto. Ma forse non occorre chiedere di più. Ci sono voluti sedici anni, migliaia di titoli sui loro litigi e una delle riconciliazioni più attese nella storia recente del rock per arrivare fin qui.
Don’t look back in anger… at least not today.
Il film piacerà a:
A chi ama gli Oasis, per il quale è praticamente imprescindibile, ma anche a chi ama i grandi film-concerto e vuole capire come una band possa superare il proprio periodo storico fino a diventare parte dell’immaginario collettivo.
A chi ama gli Oasis, per il quale è praticamente imprescindibile, ma anche a chi ama i grandi film-concerto e vuole capire come una band possa superare il proprio periodo storico fino a diventare parte dell’immaginario collettivo.
Il film non piacerà a:
A chi cerca soprattutto un documentario iper-analitico, ricchissimo di retroscena e ricostruzioni della tormentata storia personale dei Gallagher.
A chi cerca soprattutto un documentario iper-analitico, ricchissimo di retroscena e ricostruzioni della tormentata storia personale dei Gallagher.
Pregi:
Le esibizioni, la voce magnetica di Liam, le magnifiche composizioni di Noel, la resa cinematografica dei concerti e la capacità di restituire quella straordinaria combinazione di grandezza e familiarità che ha sempre reso gli Oasis immediatamente riconoscibili.
Le esibizioni, la voce magnetica di Liam, le magnifiche composizioni di Noel, la resa cinematografica dei concerti e la capacità di restituire quella straordinaria combinazione di grandezza e familiarità che ha sempre reso gli Oasis immediatamente riconoscibili.
Difetti:
Qualche intervista agli altri componenti della band, a parte Bonehead, sarebbe stata interessante, al posto magari di alcune interviste al pubblico.
Lo consiglio?



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