Non avevo visto Don’t Look Up quando uscì, nel pieno dell’epoca Covid, malgrado fosse diventato quasi immediatamente uno dei film più discussi di quel periodo. L’ho recuperato soltanto adesso e, devo dire, con grande piacere, anche perché la distanza temporale permette forse di osservarlo con maggiore chiarezza: è certamente un film profondamente legato al momento storico nel quale è stato realizzato, ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto una satira della gestione della pandemia o del negazionismo scientifico di quegli anni. Don’t Look Up parla più generalmente del mondo nel quale viviamo, e proprio per questo continua a funzionare benissimo.
Adam McKay, il regista, sceglie deliberatamente la strada della sovrarappresentazione. Tutto è più grande, più stupido, più volgare, più assurdo di quanto dovrebbe essere. I politici sono grotteschi, i media trattano l’apocalisse come una rubrica mattutina, il grande imprenditore tecnologico parla come se un algoritmo potesse sostituire contemporaneamente la politica, la scienza e il buon senso, mentre un evento che dovrebbe annullare qualsiasi differenza ideologica viene immediatamente assorbito all’interno delle consuete dinamiche di consenso.
Il fatto – ed è qui che il film diventa molto più interessante – è che questa sovrarappresentazione finisce spesso per apparire come una sottorappresentazione. Perché ciò che vediamo è assurdo soltanto fino al momento in cui ci chiediamo come funzionino realmente le nostre società. Una cometa destinata a distruggere il pianeta dovrebbe teoricamente produrre una risposta semplicissima: verificare i dati, prendere atto della minaccia e intervenire nel più breve tempo possibile. Invece perfino la fine del mondo deve passare attraverso sondaggi, convenienze elettorali, strategie comunicative, interessi economici e valutazioni sull’opportunità politica del momento.
Ed è proprio questa una delle intuizioni più feroci del film: non basta che un fatto sia vero perché diventi immediatamente politicamente rilevante.
La presidente Janie Orlean, interpretata magnificamente da Meryl Streep, non nega inizialmente la realtà della cometa per ragioni ideologiche. Fa qualcosa di persino più inquietante: la considera un problema di agenda. La domanda non è “come impediamo l’estinzione?”, ma “quando ci conviene occuparcene?”. Persino l’apocalisse, dunque, viene subordinata al calendario elettorale.
Ed è difficile immaginare una satira più efficace della politica contemporanea, proprio perché McKay non ha bisogno di immaginare complotti sofisticati, gli basta rappresentare il funzionamento ordinario del potere: ciò che conta non è necessariamente la gravità di un problema, ma la sua spendibilità nel momento in cui viene comunicato.
Non meno riuscita è la figura di Peter Isherwell, interpretato da Mark Rylance, evidente sintesi satirica dei grandi guru della tecnologia contemporanea: una specie di Bill Gates, Steve Jobs, Elon Musk e Mark Zuckerberg messi insieme. Un miliardario geniale, decerebrato e nerd nel senso più inquietante del termine, convinto che enormi quantità di dati e una sufficiente potenza di calcolo rendano sostanzialmente superflui esperienza, prudenza e persino dubbio. La sua figura è particolarmente significativa perché introduce uno degli elementi forse più attuali del film: la trasformazione della tecnologia da strumento del potere a potere essa stessa. Isherwell non deve candidarsi alle elezioni, non deve convincere realmente nessuno e non necessita nemmeno di assumersi responsabilità pubbliche. Gli basta possedere infrastrutture, dati, denaro e accesso diretto alla politica per determinare decisioni che riguardano l’intera umanità.
E naturalmente, quando si scopre che la cometa contiene risorse minerarie di valore incalcolabile, perfino l’estinzione cambia improvvisamente natura. Non è più soltanto una minaccia, diventa un’opportunità economica.
Qui la satira raggiunge forse uno dei suoi momenti più riusciti: davanti all’ipotesi concreta della distruzione del pianeta, qualcuno riesce comunque a chiedersi quale possa essere il ritorno sull’investimento. È una versione aggiornata e ipertecnologica del vecchio principio secondo cui non esiste catastrofe sufficientemente grave da impedire a qualcuno di individuarvi un modello di business.
Don’t Look Up non risparmia neppure i media. Anzi, forse è proprio lì che diventa più spietato. La scoperta scientifica deve essere trasformata in contenuto, lo scienziato deve risultare televisivamente gradevole, la ricercatrice arrabbiata diventa un meme e la possibile estinzione della specie umana deve essere raccontata senza abbassare troppo il tono della trasmissione, perché dopo la pubblicità occorre comunque parlare di relazioni sentimentali fra celebrità.
La questione non è soltanto che i mezzi di comunicazione banalizzino ciò che raccontano. È che il sistema mediatico finisce per modificare ontologicamente la realtà, trasformando un fatto in una narrazione e quindi in qualcosa che può essere discusso come se fosse un’opinione. La cometa esiste o non esiste? È pericolosa o non lo è? Occorre intervenire oppure no? Si arriva così all’assurdo perfettamente contemporaneo nel quale una realtà fisicamente osservabile nel cielo viene sottoposta alle medesime regole dialettiche di una controversia ideologica.
Da qui nasce lo slogan “Don’t Look Up”: non guardate in alto. Non perché guardare sia difficile, ma perché vedere costringerebbe ad ammettere l’esistenza del problema. È probabilmente la metafora più semplice dell’intero film e proprio per questo una delle più efficaci.
Il riferimento al Covid era inevitabile all’uscita del film, così come quello alla crisi climatica, che rappresentava del resto una delle principali matrici dichiarate della satira.
Leonardo DiCaprio è molto bravo nel costruire Randall Mindy come figura inizialmente impacciata, quasi schiacciata dalla propria stessa scoperta, e successivamente sedotta da quel sistema mediatico che dovrebbe combattere. Jennifer Lawrence funziona altrettanto bene come suo contraltare: incapace di metabolizzare l’assurdità della situazione e proprio per questo trattata come se fosse lei quella problematica. Meryl Streep si diverte enormemente nel ruolo della presidente Orlean, Jonah Hill costruisce un consigliere presidenziale tanto idiota quanto verosimile, mentre Mark Rylance riesce nel piccolo miracolo di rendere Isherwell contemporaneamente ridicolo e inquietante.
Don’t Look Up appartiene sostanzialmente alla tradizione della satira grottesca, nella quale l’esagerazione non serve a deformare la realtà ma a renderne visibili meccanismi che, proprio perché quotidiani, abbiamo smesso di percepire. Da Aristofane a Swift, passando per certa fantascienza satirica novecentesca, il grottesco funziona precisamente così: porta una logica fino alle conseguenze più assurde per mostrarci che il principio di partenza era già assurdo.
E allora il vero problema di Don’t Look Up è che, a distanza di anni, alcune scene sembrano meno surreali di quando furono scritte.
Ho quindi recuperato molto volentieri un film che avevo inspiegabilmente lasciato indietro durante il periodo in cui tutti ne parlavano. È divertente, intelligente, splendidamente interpretato e soprattutto possiede quella qualità che considero fondamentale nella buona satira: prende un mondo assurdo, lo esaspera e ce lo restituisce in una forma che dovrebbe sembrarci impossibile ma non lo è poiché è già qui, sotto gli occhi di tutti.
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