Sono arrivato a The Last House dopo aver visto un trailer che mi aveva immediatamente incuriosito per una premessa tanto semplice quanto efficace: una famiglia chiusa dentro casa senza alcuna possibilità di uscire, non perché qualcuno abbia sbarrato porte e finestre dall’esterno, ma perché una forza misteriosa sembra renderle letteralmente invalicabili.
È proprio questa piccola differenza rispetto a tanti altri film basati sulla segregazione forzata a rendere l’incipit estremamente intrigante. Normalmente, nelle opere di questo tipo, la casa rappresenta un rifugio rispetto a qualcosa che si trova fuori oppure una prigione dalla quale occorre trovare materialmente una via di fuga; qui invece essa diventa entrambe le cose. Non ci sono serrature da forzare, assi da rimuovere o finestre da rompere: esiste semplicemente un limite incomprensibile oltre il quale non si può andare.
Ed è soprattutto l’impossibilità iniziale di attribuire una natura a questo limite a funzionare molto bene. La casa si trasforma progressivamente in uno spazio claustrofobico e quasi metafisico, mentre ciò che si trova all’esterno assume valore proprio perché rimane inconoscibile. Perché non possono uscire? Chi o cosa li sta trattenendo? Per quale motivo? E soprattutto: ciò che li tiene rinchiusi vuole proteggerli da qualcosa oppure impedire loro di sopravvivere?
La prima parte del film vive benissimo di questi interrogativi e, almeno per quanto mi riguarda, è nettamente quella più riuscita. L’ignoto possiede una forza narrativa che diminuisce inevitabilmente nel momento in cui gli viene attribuito un volto e una spiegazione, e The Last House finisce purtroppo per cadere almeno parzialmente proprio in questa trappola.
Il progressivo disvelamento del mistero, infatti, anziché accrescere la fascinazione esercitata dalla premessa iniziale, tende a ridimensionarla. Nel momento in cui iniziamo a capire maggiormente la natura di ciò che sta accadendo, il film perde quella componente quasi astratta e perturbante che lo rendeva particolarmente interessante e si sposta verso territori molto più riconoscibili.
Non significa che da quel momento smetta di funzionare. Cambia però sostanzialmente genere o, quantomeno, cambia il centro del proprio interesse: da thriller costruito sull’incomprensibilità di una situazione impossibile diventa progressivamente un survival, nel quale assumono maggiore importanza la scarsità delle risorse, l’adattamento, l’ingegno necessario per continuare a vivere e il rapporto fra i componenti della famiglia costretti a trascorrere un tempo indefinito all’interno dello stesso spazio.
Anche questa seconda anima possiede diversi elementi interessanti. Mi è piaciuta in particolare l’idea di mostrare come una situazione inizialmente assurda finisca poco alla volta per diventare una nuova normalità. Cambiano le necessità, cambiano le priorità e cambia persino il modo di concepire la casa stessa, che non è più soltanto il luogo nel quale vivere ma un piccolo ecosistema da sfruttare per sopravvivere.
È però proprio qui che, a mio avviso, The Last House perde parte della propria unicità. Il survival è complessivamente ben gestito, ma è anche un terreno già percorso moltissime volte dal cinema contemporaneo, mentre l’incipit prometteva qualcosa di più enigmatico e difficilmente classificabile. Avrei quindi preferito che il film resistesse maggiormente alla tentazione di spiegare, lasciando quella forza invisibile e l’impossibilità di uscire all’interno di una dimensione più ambigua.
In storie del genere, infatti, conoscere non significa necessariamente guadagnare qualcosa. The Last House rimane comunque un film interessante, soprattutto per un’idea iniziale davvero potente e per una prima parte capace di generare una notevole curiosità. Peccato che il disvelamento finisca per sottrarre pathos anziché aggiungerne, facendo progressivamente convergere una storia inizialmente enigmatica verso coordinate più convenzionali.
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