Sono andato a vedere The Dog Stars con qualche dubbio, non tanto per il genere – che, anzi, rientra pienamente nei miei gusti – quanto per Ridley Scott. Può sembrare un’affermazione paradossale, dato che stiamo parlando di uno dei registi che hanno maggiormente segnato il cinema degli ultimi cinquant’anni, ma il suo recente Napoleon non mi era piaciuto per niente e mi aveva lasciato parecchie perplessità. Proprio per questo ero curioso di capire quale Ridley Scott mi sarei trovato davanti questa volta: quello capace di costruire vicende visivamente memorabili tipo I Duellanti, Alien e Blade Runner oppure quello di Napoleon?
Fortunatamente The Dog Stars appartiene più alla prima categoria che alla seconda.
Il problema di partenza è semmai un altro: il tema è abusato fino allo sfinimento. Epidemia, collasso della civiltà, pochissimi sopravvissuti, piccoli gruppi armati che difendono il proprio territorio, scarsità di risorse, diffidenza verso gli sconosciuti e ricerca di una possibile comunità alternativa. Abbiamo visto tutto questo decine di volte e, soprattutto negli ultimi quindici anni, cinema e televisione hanno praticamente trasformato l’apocalisse in un genere decisamente abusato. Da The Walking Dead a The Last of Us, passando per innumerevoli variazioni più o meno riuscite dello stesso schema, ormai basta vedere una strada invasa dalla vegetazione e un supermercato abbandonato perché lo spettatore sappia già quali problemi si presenteranno nei successivi venti minuti.
Scott non può dunque contare sull’originalità dell’impianto, anche perché il romanzo di Peter Heller da cui il film è tratto risale al 2012, quando questa particolare forma d’immaginario post-apocalittico era già abbondantemente consolidata. La cosa interessante è che The Dog Stars, pur senza riuscire realmente a reinventarlo, riesce comunque a renderlo abbastanza intrigante da evitare la sensazione di trovarsi davanti all’ennesima copia carbone.
La scelta più intelligente è probabilmente quella di non trasformare il film in una sequenza ininterrotta di assalti, sparatorie e orde di infetti. Non ci sono zombie e il vero elemento di interesse non consiste tanto nel chiedersi quale mostro possa comparire dietro l’angolo, quanto nell’osservare cosa rimanga dell’essere umano quando vengono meno quasi tutte le strutture sociali che normalmente ne definiscono l’esistenza.
Da questo punto di vista funziona molto bene il rapporto tra Hig e Bangley. Sono due modi quasi opposti di reagire alla fine del mondo. Bangley ha sostanzialmente accettato che il vecchio ordine non esista più e ha costruito la propria sopravvivenza su un principio brutalmente semplice: tutto ciò che è sconosciuto costituisce una potenziale minaccia e, se necessario, la minaccia va eliminata prima ancora che abbia la possibilità di manifestarsi. Hig, invece, continua a conservare qualcosa che nel nuovo mondo appare quasi come un difetto evolutivo: la speranza. Il piccolo Cessna che utilizza per sorvolare il territorio diventa così qualcosa di più di un semplice mezzo di trasporto. È ciò che gli consente di spingersi oltre il perimetro fisico e mentale della sopravvivenza organizzata da Bangley. Se quest’ultimo ha ormai ridotto l’esistenza alla conservazione biologica, Hig continua invece a chiedersi se sopravvivere e vivere siano davvero la stessa cosa.
È probabilmente questo il tema più interessante del film e anche quello che permette a Scott di evitare, almeno in parte, le secche di un genere ormai consumato.
Perché in fondo la domanda di The Dog Stars non è particolarmente nuova, ma rimane efficace: una volta garantita la sopravvivenza, cosa resta da fare?
Mangiare, dormire, difendere un territorio e ricominciare il giorno successivo può permettere a un organismo di continuare a funzionare, ma difficilmente basta a restituire un senso all’esistenza. E quando tutto ciò che definiva il vecchio mondo è scomparso, persino la possibilità che da una radio arrivi una voce lontana può assumere il valore quasi metafisico di una promessa.
La parte centrale e quella successiva all’allontanamento dal rifugio seguono invece coordinate decisamente più prevedibili. Entrano in scena nuove persone, nuovi pericoli e soprattutto il problema fondamentale di qualsiasi società post-apocalittica: capire se chi abbiamo davanti costituisca una possibilità di ricostruzione oppure semplicemente un altro modo per morire.
Qui il film perde qualcosa. Non perché smetta di essere piacevole o ben costruito, ma perché nel momento in cui abbandona la dimensione più intima del rapporto tra Hig, Bangley e quell’universo vuoto che li circonda finisce inevitabilmente per confrontarsi con decine di opere che hanno sviluppato gli stessi temi in maniera più approfondita e, in alcuni casi, assai più memorabile.
Sul versante attoriale siamo su buoni livelli, senza però arrivare a interpretazioni che ritengo particolarmente memorabili. Jacob Elordi funziona bene come Hig e riesce a comunicare quella combinazione di vulnerabilità, malinconia e ostinazione che costituisce la caratteristica essenziale del personaggio. Josh Brolin possiede naturalmente il physique du rôle del survivalista disilluso e regge molto bene il contrasto con lui, mentre Margaret Qualley e Guy Pearce fanno il loro senza sbavature.
Il problema è che nessuno di loro, almeno per quanto mi riguarda, riesce a imprimere al proprio personaggio quella forza capace di farlo sopravvivere nella memoria una volta terminati i titoli di coda. È un po’ il limite dell’intero film: praticamente nulla è fatto male, diverse cose sono fatte molto bene, ma poche raggiungono quella dimensione capace di trasformare un buon film in un’opera destinata a rimanere.
Che, nel 2026, per un film post-apocalittico è già un risultato.
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