L'ombra delle spie (2021)

 

locandina del film L'ombra delle spie 2021


Retrospettiva a cura di: Umberto Visani

Titolo originale: The Courier
Genere: Storico, Drammatico, Thriller
Paese di produzione: Regno Unito, Stati Uniti
Durata: 111 minuti
Regia: Dominic Cooke
Sceneggiatura: Tom O'Connor
Produttori: Adam Ackland, Ben Browning, Ben Pugh, Rory Aitken
Casa di produzione: 42, FilmNation Entertainment, SunnyMarch
Cast: Benedict Cumberbatch (Greville Wynne), Merab Ninidze (Oleg Penkovsky), Rachel Brosnahan (Emily Donovan), Jessie Buckley (Sheila Wynne), Angus Wright (Dickie Franks), Kirill Pirogov (Oleg Gribanov), Željko Ivanek (John A. McCone), Anton Lesser (Bertrand), Maria Mironova (Vera Penkovskaya), Vladimir Chuprikov (Nikita Khrushchev)


Trama:

All’inizio degli anni Sessanta, in piena Guerra fredda, Greville Wynne (Benedict Cumberbatch), uomo d’affari inglese abituato a viaggiare nell’Europa orientale per lavoro, viene avvicinato dai servizi segreti britannici, che gli propongono di sfruttare proprio la sua insospettabilità per svolgere una delicata attività di collegamento con Oleg Penkovsky (Merab Ninidze), alto ufficiale sovietico intenzionato a trasmettere all’Occidente informazioni riservate sul programma militare dell’URSS. Wynne non è una spia, non possiede alcun addestramento specifico e, almeno inizialmente, non sembra nemmeno particolarmente adatto a diventarlo: ed è precisamente per questo che può rappresentare la copertura ideale. Quello che nasce quasi come un incarico occasionale finisce però per trascinarlo sempre più profondamente all’interno di uno dei momenti più delicati della Guerra fredda.




Cosa ne penso (pochi spoiler):

Stranamente L’ombra delle spie mi era completamente sfuggito quando uscì, cosa abbastanza singolare considerando quanto ami le spy stories e quanto, proprio per questo, sia normalmente attirato da qualsiasi film o serie televisiva che abbia a che vedere con spie, servizi segreti, Guerra fredda e tutto quel mondo sotterraneo che, proprio perché dovrebbe per definizione restare invisibile, esercita da sempre sul cinema e sulla letteratura un fascino inversamente proporzionale alla quantità di informazioni reali che normalmente possediamo su di esso.
Ancora più sorprendente, almeno per me, è stato scoprire durante la visione che la vicenda raccontata non era frutto della fantasia di uno sceneggiatore, ma traeva origine dalla storia realmente accaduta di Greville Wynne e Oleg Penkovsky. E, forse, è proprio questo elemento a rappresentare una delle ragioni per cui il film funziona così bene: L’ombra delle spie racconta lo spionaggio togliendogli quasi completamente ciò che il cinema gli ha aggiunto nel corso dei decenni. Niente Aston Martin, niente casinò di Monte Carlo, niente Martini shaken, not stirred, niente dispositivi di Q in grado di trasformare un portasigarette in un’arma termonucleare. E, sia chiaro, personalmente non considero affatto tutto questo un limite di James Bond. Al contrario, sono un grande estimatore di 007 e credo che Fleming abbia creato uno dei personaggi fondamentali dell’immaginario novecentesco. Tanto più che Fleming quel mondo lo conosceva davvero, avendo lavorato durante la Seconda guerra mondiale nella Naval Intelligence britannica ed essendo stato in contatto, per ragioni professionali, anche con il Secret Intelligence Service.
Lo spionaggio di L’ombra delle spie riporta tutto alla sua dimensione probabilmente più autentica: uomini apparentemente ordinari che compiono azioni straordinarie cercando disperatamente di continuare ad apparire ordinari. 
Greville Wynne non è James Bond proprio perché nessuno deve sospettare che possa esserlo. È un uomo d’affari, ha una moglie, un figlio, clienti da incontrare, pranzi di lavoro da organizzare, battute da raccontare per mettere a proprio agio gli interlocutori. La sua principale qualità come agente non consiste nel saper sparare, combattere o sedurre la moglie di qualche ambasciatore, ma nel fatto di essere assolutamente dimenticabile dal punto di vista politico. È, insomma, un uomo qualunque.
E qui il film coglie molto bene uno degli aspetti più interessanti dello spionaggio reale e, soprattutto, cinematograficamente meno sfruttabili: la sua sostanziale banalità operativa. Un documento passato da una mano all’altra, un viaggio che deve sembrare perfettamente normale, una conversazione durante la quale non dovrebbe accadere apparentemente nulla, una valigia, una cena, un incontro professionale. L’operazione riesce precisamente quando, vista dall’esterno, non sembra essere avvenuto niente.
È la medesima ragione per cui, ad esempio, una serie come The Americans riesce a essere enormemente più credibile di molta produzione cinematografica sul tema: il vero problema della spia non è soltanto “ottenere l’informazione”, ma continuare contemporaneamente a essere marito, moglie, padre, lavoratore, vicino di casa, amico; interpretare ventiquattr’ore al giorno una parte dalla quale non è previsto alcun intervallo. Con l’aggravante che, a differenza dell’attore, chi sbaglia la battuta non rischia una recensione negativa ma qualcosa di leggermente peggiore.
L’ombra delle spie lavora molto bene proprio su questa progressiva alterazione della normalità. Wynne viene scelto perché non appartiene al mondo dell’intelligence, ma inevitabilmente il semplice entrarvi finisce per modificarlo. Ed è interessante che la trasformazione non sia quella, abbastanza puerile, dell’uomo comune che improvvisamente scopre di essere un superagente. Non diventa Bond. Non acquisisce misteriosamente capacità da combattimento, non si trasforma in un genio del controspionaggio e non comincia a intuire complotti osservando il nodo della cravatta di un funzionario sovietico. Rimane Greville Wynne. Soltanto, a un certo punto, comprende perfettamente la posta in gioco. 
Ed è in quel momento che il film compie il passaggio più interessante, perché ciò che inizialmente poteva apparire quasi come un gioco – con quella componente di eccitazione che probabilmente qualsiasi attività clandestina possiede per chi abbia condotto fino al giorno prima un’esistenza perfettamente borghese – comincia ad assumere il peso della Storia. Non quella con cui normalmente abbiamo rapporto leggendo a posteriori date, documenti e decisioni dei governi, ma quella assai meno rassicurante vissuta da persone che, mentre agiscono, non hanno la minima idea di come andrà a finire.
Il fatto che la vicenda di Wynne e Penkovsky si intrecci alla crisi dei missili di Cuba rende tutto ciò ancora più impressionante, perché sappiamo – noi, oggi – quanto il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica fosse arrivato vicino a conseguenze potenzialmente catastrofiche. Loro, naturalmente, non potevano sapere come sarebbe finita. Ed è questa asimmetria fra ciò che conosce lo spettatore e ciò che conoscono i protagonisti a conferire al film una tensione particolare.
Molto convincente Benedict Cumberbatch, al quale viene affidato un personaggio che avrebbe potuto facilmente diventare una caricatura del britannico medio catapultato in qualcosa più grande di lui e che invece mantiene una notevole credibilità durante tutta la sua evoluzione. Ancora più importante, però, è Merab Ninidze nel ruolo di Penkovsky, perché evita di trasformare il personaggio nel sovietico “buono” costruito secondo categorie occidentali contemporanee. È un uomo perfettamente inserito nel proprio sistema che, proprio perché lo conosce dall’interno, decide a un certo punto di assumersi un rischio enorme.
Tra i due nasce inoltre un rapporto che progressivamente supera la semplice necessità operativa. Ed è forse inevitabile: quando due persone condividono un segreto la cui scoperta può distruggere entrambe, il confine fra collaborazione professionale e legame personale tende a diventare abbastanza sottile.
La seconda parte cambia inevitabilmente registro e diventa assai più drammatica, ma senza tradire ciò che era stato costruito precedentemente. Anzi, è proprio l’assenza iniziale di qualsiasi eroismo spettacolare a rendere credibile quello successivo. Il coraggio non appartiene qui a chi non ha paura ma a chi comprende perfettamente i rischi e decide comunque di assumerseli. Ed è questo, probabilmente, l’aspetto che più mi ha convinto de L’ombra delle spie.
Dietro tutta la mitologia costruita attorno all’intelligence restano infatti uomini, funzionari, militari, diplomatici, uomini d’affari, informatori, traditori che operano in una zona grigia dove patriottismo, paura, amicizia, interesse personale e convinzioni politiche tendono inevitabilmente a sovrapporsi.
Il film di Dominic Cooke non possiede probabilmente l’ambizione formale di reinventare il genere e non vuole farlo. Possiede però qualcosa che, per una spy story, considero assai più importante: la capacità di rendere interessante lo spionaggio senza doverlo rendere glamour.

Il film piacerà a:
Gli amanti delle spy stories realistiche, della Guerra fredda e di quelle opere nelle quali l’attività dei servizi segreti viene rappresentata più attraverso uomini ordinari, procedure, coperture, informazioni e rischi concreti che mediante inseguimenti, gadget e sparatorie.
 
Il film non piacerà a:
Chi identifica necessariamente il genere spionistico con l’azione e cerca un James Bond realistico anziché una storia sullo spionaggio reale. Chi predilige ritmi particolarmente serrati potrebbe inoltre trovare troppo ordinaria una prima parte che, a mio avviso, è interessante precisamente perché tale.
 
Pregi:
La scelta di raccontare lo spionaggio nella sua dimensione quotidiana e poco spettacolare; l’ottima interpretazione di Benedict Cumberbatch e soprattutto il rapporto costruito con il personaggio di Oleg Penkovsky; la capacità di inserire una vicenda individuale all’interno della grande Storia senza trasformare i protagonisti in supereroi.
 
Difetti:

Nulla di particolare da segnalare.

 
Lo consiglio? 


 Retrospettiva a cura di: Umberto Visani



 
 


Commenti