Excalibur (1981)

locandina del film Excalibur 1981


Retrospettiva a cura di: Umberto Visani

Titolo originale: Excalibur
Genere: Fantastico, epico, avventura
Paese di produzione: Regno Unito, Stati Uniti, Irlanda
Durata: 140 minuti
Regia: John Boorman
Produttori: John Boorman, Robert A. Eisenstein, Michael Dryhurst
Casa di produzione: Orion Pictures, Warner Bros., Embassy International Pictures
Sceneggiatura: Rospo Pallenberg, John Boorman (dal romanzo "Le Morte d'Arthur" di Thomas Malory)
Cast: Nigel Terry (Re Artù), Nicol Williamson (Merlino), Helen Mirren (Morgana), Nicholas Clay (Lancillotto), Cherie Lunghi (Ginevra), Paul Geoffrey (Percival), Liam Neeson (Gawain), Gabriel Byrne (Uther Pendragon), Patrick Stewart (Leondegrance), Corin Redgrave (Cornovaglia), Keith Buckley (Uriens), Katrine Boorman (Igrene), Robert Addy (Mordred giovane), Charley Boorman (Mordred bambino)


Trama:

Uther Pendragon ottiene Excalibur grazie a Merlino, ma dalle sue passioni e dai suoi inganni nasce Artù. Anni dopo, il giovane estrae la spada dalla roccia, diventa re e riunisce attorno a sé i cavalieri della Tavola Rotonda. La prosperità di Camelot viene però spezzata dall’amore proibito tra Lancillotto e Ginevra e dagli intrighi di Morgana, da cui nascerà Mordred. Ferito e con il regno ormai corrotto, Artù affida ai suoi cavalieri la ricerca del Graal, prima dell’ultimo, inevitabile scontro con Mordred.




Cosa ne penso (pochi spoiler):

Ho rivisto Excalibur qualche giorno fa con mia moglie. Lo avevo visto da bambino e, curiosamente, più che singole scene ne avevo conservato una sensazione: quella di un film immerso in un’atmosfera sospesa, irreale, fatata nel significato più antico e autentico del termine. Non “fiabesca”, dunque, nel senso edulcorato che oggi attribuiamo alla parola, ma fairy: appartenente a quella regione incerta nella quale il mondo degli uomini confina ancora con l’Altro Mondo. Rivedendolo ho scoperto che quella memoria infantile era sorprendentemente esatta.
Excalibur di John Boorman è probabilmente uno dei film che meglio hanno compreso che il ciclo arturiano non appartiene propriamente alla storia ma appartiene al mito. La fonte principale di Boorman è Le Morte Darthur di Sir Thomas Malory, composto nel XV secolo raccogliendo e riorganizzando una materia narrativa che aveva già attraversato secoli di tradizione: Chrétien de Troyes, il ciclo del Lancillotto-Graal, la Queste del Saint Graal e, dietro ancora, un patrimonio celtico infinitamente più antico. Ed è proprio questa stratificazione che Boorman sembra comprendere perfettamente.
Il Medioevo di Excalibur non è infatti un Medioevo filologico. Cercare nel film una ricostruzione realistica della Britannia post-romana sarebbe un errore, perché Boorman non vuole mostrarci la Britannia che fu: vuole mostrarci quella che sopravvisse nell’immaginario.
I boschi di Excalibur sembrano ancora appartenere alla geografia dell’”Otherworld” celtico. L’acqua, la nebbia, le grotte, gli alberi, la Dama del Lago non hanno il sapore dell’effetto fantastico inserito all’interno di un mondo realistico: appartengono alla realtà rappresentata. Il soprannaturale non deve essere spiegato perché, nell’universo arturiano, semplicemente è, ed è questo che intendo parlando di atmosfera fairy.
E al centro di tutto c’è Merlino. Nicol Williamson ne offre un’interpretazione meravigliosa proprio perché evita di farne il rassicurante vecchio mago della successiva tradizione fantasy. Il suo Merlino è ironico, ambiguo, sapientissimo e contemporaneamente estraneo agli uomini. Sembra appartenere a un’epoca precedente alla loro. Per questo una delle frasi fondamentali del film è quella nella quale annuncia, in sostanza, che il tempo degli dèi sta finendo e sta cominciando quello degli uomini.
L’intera vicenda arturiana viene raccontata da Boorman come un gigantesco momento di passaggio. Il mondo antico, magico e pagano si sta ritirando, qualcosa di nuovo avanza. Merlino appartiene al primo, il Graal annuncia il secondo. È il tema antichissimo della fine dell’Età degli Eroi. Gli dèi si allontanano, la magia arretra nei boschi e nelle acque, gli uomini rimangono soli nella Storia.
Persino Excalibur non è semplicemente una spada. Proviene dall’acqua e all’acqua deve essere restituita. Appartiene dunque simbolicamente a un mondo altro: il sovrano può utilizzarla, ma non possederla veramente. La regalità di Artù deriva da qualcosa che precede e trascende l’ordine politico degli uomini.
Ed è qui che Boorman recupera un altro elemento fondamentale della tradizione medievale: il legame sacrale tra re e terra.
Quando Artù è integro, il regno prospera; quando il re è ferito, anche la terra diventa sterile. È il motivo del “Roi Méhaigné”, il Re Ferito, centrale nella tradizione del Graal. Corpo del sovrano e corpo del regno diventano una cosa sola.
La Cerca del Graal, pertanto, non è una semplice avventura cavalleresca. Il cavaliere comprende ciò che il mondo moderno tende a dimenticare: una comunità non può sopravvivere quando perde il proprio centro spirituale. Ritrovare il re significa ritrovare la terra; guarire l’uno significa guarire l’altra.
È anche per questo che Excalibur riesce dove moltissime altre opere successive falliscono. Non tratta il mito come un deposito di mostri, magie, spade e battaglie da utilizzare per costruire spettacolo ma comprende che dietro quelle immagini esiste una struttura simbolica.
Il finale possiede quella malinconia luminosa propria dei grandi miti: Artù scompare, Excalibur ritorna alle acque e il mondo della meraviglia sembra ritirarsi definitivamente oltre l’orizzonte. Ma proprio perché scompare dalla Storia può entrare per sempre nel mito. È la concezione del rex quondam rexque futurus, il re che fu e il re che sarà.
E forse è proprio per questo che, rivedendolo dopo tanti anni, ho ritrovato esattamente quella sensazione che mi era rimasta da bambino. Non ricordavo perfettamente la trama, non ricordavo tutti i personaggi, ma ricordavo quel mondo, quel senso indefinibile che, appena oltre gli alberi, potesse ancora esistere qualcosa che non apparteneva completamente al mondo degli uomini.

Il film piacerà a:
A chi ama il ciclo arturiano e la letteratura cortese. A chi cerca atmosfere fairy, boschi incantati, simbolismo, cavalleria e quella percezione del sacro che appartiene alle grandi tradizioni medievali e non solo.
 
Il film non piacerà a:
A chi cerca un Medioevo filologicamente realistico o un fantasy moderno, veloce. Boorman procede per archetipi, immagini e simboli.
 
Pregi:
Atmosfera irripetibile; fotografia visionaria; magnifico Merlino di Nicol Williamson; uso potentissimo della musica; capacità di condensare l’immensa materia arturiana senza perderne la profondità simbolica.
 
Difetti:

La necessità di comprimere secoli di materia arturiana rende alcuni passaggi inevitabilmente bruschi e diversi personaggi avrebbero meritato maggiore spazio.

 
Lo consiglio? 





 Retrospettiva a cura di: Umberto Visani



 
 



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