Sono andato a vedere questo nuovo Spider-Man senza particolari aspettative. Anzi, a dire il vero, non mi sono mai considerato un grande appassionato dell'Uomo Ragno. Anni fa avevo visto il primo film di Sam Raimi con Tobey Maguire e Kirsten Dunst e lo avevo apprezzato abbastanza, ma poi non avevo seguito i successivi. Nell’ambito dei supereroi, preferisco Batman poiché trovo i toni dark di Gotham City e quell'atmosfera crepuscolare molto più affascinanti della New York luminosa e scanzonata di Spider-Man.
Negli ultimi anni, però, i videogiochi dedicati all'Uomo Ragno sono stati una piacevole scoperta, mi hanno fatto riscoprire il personaggio e, complice anche mia moglie, che invece ha visto tutti i film della saga, mi sono deciso ad andare al cinema a vedere questa nuova trasposizione filmica. Devo dire che l’opera mi ha sorpreso in positivo. Pur non avendo visto il capitolo precedente, non ho mai avuto la sensazione di essere escluso dal racconto. Certo, alcune dinamiche derivano dagli eventi già accaduti, ma la sceneggiatura riesce a fornire gli elementi essenziali senza trasformare il film in qualcosa di riservato ai soli appassionati.
L'idea narrativa di partenza è particolarmente interessante: tutti conoscono Spider-Man, ma nessuno ricorda più chi sia davvero Peter Parker. Per salvare il mondo, nel film precedente, ha rinunciato alla propria identità, sacrificando i legami più importanti della sua vita. Anche MJ, interpretata da Zendaya (compagna di Tom Holland/Spider-Man anche nella vita reale), non ricorda più la persona che ama. È una premessa che va ben oltre il classico film di supereroi e introduce un tema universale: quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi per proteggere gli altri e in che misura possiamo accettare l’oblio?
Da qui prende forma una storia costruita con intelligenza, nella quale emerge progressivamente un'altra domanda fondamentale: chi siamo davvero? Non è un caso che una delle battute che più mi è rimasta impressa sia proprio il dialogo in cui Spider-Man domanda a un antagonista: «Chi sei?», ricevendo come risposta: «E tu chi sei, Spider-Man?». Una frase semplice, ma capace di sintetizzare perfettamente la crisi identitaria che attraversa l'intero film.
Ho apprezzato anche il modo in cui viene sviluppata la minaccia principale. Senza entrare nei dettagli, la vicenda gioca molto sul tema del controllo mentale, ricordando per certi aspetti il tema centrale di Stranger Things. Qualcosa o qualcuno si impossessa delle persone, ne altera la volontà e le trasforma in strumenti inconsapevoli di un disegno più grande. È un espediente narrativo utilizzato con equilibrio, che mantiene alta la tensione senza risultare ripetitivo.
Anche il villain mi ha convinto. Non ci troviamo davanti al classico cattivo monolitico, mosso da una malvagità fine a sé stessa e inspiegabile. Le sue motivazioni appaiono comprensibili e, grazie a un interessante colpo di scena, il film riesce a rimettere in discussione il ruolo stesso del “cattivo”, spostando l'attenzione su responsabilità più profonde e meno scontate. È una scelta narrativa che conferisce maggiore spessore all'intera vicenda.
Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stato osservare il pubblico. Accanto a me c'erano molti ragazzi, e durante alcune scene chiave si percepiva chiaramente il loro coinvolgimento. Nei momenti dedicati all'amicizia, alla fedeltà, al sacrificio e all'amore la sala reagiva con entusiasmo autentico, spontaneo. È stato bello constatare come, al di là degli effetti speciali e dell'azione, il film riesca ancora a parlare a chi voglia e sappia ascoltare.
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