L'ultimo dei Mohicani (1992)

 

locandina del film l'ultimo dei mohicani 1992

Retrospettiva a cura di: Umberto Visani

Titolo originale: The Last of the Mohicans
Genere: Avventura, storico
Paese di produzione: Stati Uniti
Durata: 112 minuti
Regia: Michael Mann
Produttori: Michael Mann, Hunt Lowry
Casa di produzione: Morgan Creek Productions, 20th Century Fox
Sceneggiatura: Michael Mann, Christopher Crowe
Cast: Daniel Day‑Lewis (Hawkeye), Madeleine Stowe (Cora Munro), Russell Means (Chingachgook), Eric Schweig (Uncas), Jodhi May (Alice Munro), Steven Waddington (Maggiore Duncan Heyward), Wes Studi (Magua)


Trama:

Nord America, 1757, guerra dei Sette Anni. Le immense foreste tra il lago George e il fiume San Lorenzo sono il teatro di scontri cruenti, alleanze e tradimenti. In questo scenario, Occhio di Falco, un uomo bianco cresciuto dai Mohicani Chingachgook e Uncas, salva Cora e Alice Munro, figlie del comandante di Fort William Henry e dirette dal padre assediato dalle truppe francesi del marchese di Montcalm. Il viaggio attraverso una frontiera ancora selvaggia diventa così un’avventura fatta di inseguimenti, combattimenti, sacrifici e amori impossibili, nella quale le vicende personali dei protagonisti si intrecciano con uno dei momenti più decisivi della storia nordamericana. Sullo sfondo, la lotta tra Francia e Gran Bretagna coinvolge anche le nazioni native, ciascuna costretta a scegliere alleanze difficili nel tentativo di sopravvivere a un conflitto destinato a cambiare per sempre il destino del mondo intero




Cosa ne penso (pochi spoiler):

Ho rivisto L’ultimo dei Mohicani il giorno dopo quello che sarebbe stato il settantaseiesimo compleanno di mio padre. È stata mia moglie a suggerirmelo, per una di quelle sincronicità difficilmente spiegabili in chiave razionale. E, mentre scorrevano le immagini del film di Michael Mann, mi sono accorto che non stavo semplicemente riguardando un grande film, ma stavo tornando in un luogo della memoria. Ricordo ancora quando lo vidi al cinema insieme ai miei genitori e come mi conquistò immediatamente.
Mio padre nutriva una passione sconfinata per la Guerra dei Sette Anni, l’aveva studiata a lungo e vi aveva dedicato pagine bellissime, nelle quali raccontava come luoghi quali Fort William Henry, Fort Ticonderoga o Louisbourg fossero riusciti a trasformare la memoria storica in esperienza vissuta, facendo parlare ancora oggi quei campi di battaglia. Non musei immobili, ma luoghi capaci di evocare il passato e di renderlo presente.
Nel 2000 avemmo la fortuna di percorrere insieme quelle stesse strade. Partimmo da Albany, risalimmo la valle dell’Hudson fino al Lake George, visitammo Fort William Henry, Fort Ticonderoga e molti dei luoghi nei quali si svolsero gli eventi evocati da James Fenimore Cooper, dal cui romanzo è tratto il film. Ricordo ancora i boschi, i laghi, l’atmosfera di frontiera che, nonostante il trascorrere dei secoli, sopravviveva nel paesaggio. Oggi quei ricordi hanno assunto quasi una dimensione sacrale. Rivedere questo film significa inevitabilmente ritornare là con la mente ed è forse per questo che non sono mai riuscito a considerare L’ultimo dei Mohicani soltanto un film storico o d’avventura.
Rivedendolo oggi, mi ha colpito anche quanto il film di Michael Mann risulti più complesso e adulto di tanti kolossal contemporanei. La vicenda segue Occhio di Falco, Chingachgook e Uncas, coinvolti loro malgrado nella guerra tra inglesi e francesi dopo aver salvato Cora e Alice Munro da un agguato degli Uroni alleati dei francesi. Da quel momento la storia personale dei protagonisti si intreccia con l’assedio di Fort William Henry.
Sulla carta ci sarebbero tutti gli elementi per costruire una storia divisa nettamente tra buoni e cattivi. Michael Mann, invece, sceglie una strada molto più interessante. I britannici non sono gli eroi senza macchia, così come i francesi non sono caricature del nemico e nemmeno i popoli nativi vengono rappresentati come un blocco uniforme. Ognuno combatte per ragioni diverse, ciascuno è prigioniero della propria storia personale o di quella del proprio paese, o anche di entrambe.
È una complessità che emerge in molti momenti del film. Il marchese di Montcalm mantiene fino all’ultimo una dignità militare e un sincero rispetto per gli accordi presi con il colonnello Munro, pur essendo poi incapace di impedire ciò che accadrà dopo la resa di Fort William Henry. Ancora più significativo è il personaggio di Duncan Heyward. All’inizio appare come il classico ufficiale britannico rigido, rivale di Occhio di Falco anche nell’amore per Cora. In un film più convenzionale sarebbe rimasto semplicemente il personaggio da detestare. Mann, invece, gli regala uno dei momenti più nobili dell’intera storia. Quando comprende che soltanto uno di loro potrà essere liberato dalla prigionia degli Uroni, Duncan sceglie consapevolmente di sacrificarsi. Accetta la morte affinché Occhio di Falco possa vivere e tornare da Cora, la donna che anche lui ama. In quell’istante il rivale diventa un uomo capace di rinunciare a tutto per amore. È una scena che ancora oggi colpisce profondamente e che dimostra quanto il film sia lontano dalle semplificazioni morali così frequenti nel cinema contemporaneo.
Pure Magua, l’urone traditore, pur restando il principale antagonista, non è semplicemente “il cattivo”. La sua ferocia nasce da una vicenda personale di umiliazione e desiderio di vendetta. Mann non giustifica le sue azioni, ma le rende comprensibili. Da una parte Duncan, che trasforma l’amore in sacrificio, dall’altra Magua, che trasforma il dolore in odio. Due modi opposti di reagire alla sofferenza, raccontati senza moralismi.
Naturalmente il film si prende molte libertà rispetto alla storia. Lo stesso episodio del cosiddetto “massacro” di Fort William Henry, reso celebre dal romanzo di Cooper, è ancora oggi oggetto di un vivace dibattito storiografico e non può essere considerato una ricostruzione fedele degli eventi. Ma Michael Mann non sta realizzando un documentario, sta costruendo un mito e i miti, talvolta, riescono a trasmettere una verità umana più profonda della semplice cronaca.
Senza dimenticare il finale: senza fornire troppi spoiler, possiamo però dire di essere di fronte a una delle sequenze più intense che io ricordi. Sulla montagna, quasi senza parole, Mann costruisce una tragedia degna del teatro greco. La morte di Uncas, il gesto disperato di Alice, il duello tra Chingachgook e Magua e infine il monologo conclusivo non raccontano semplicemente la fine di alcuni personaggi ma la fine di un popolo. 
Rivedere questo film con mia moglie ha avuto un sapore speciale. Non soltanto perché mi ha riportato a mio padre, ma perché ha unito due tempi della mia vita: quello del ragazzo che lo scoprì al cinema insieme ai propri genitori e quello dell’uomo che, molti anni dopo, lo guarda accanto alla donna con cui ha scelto di condividere il proprio cammino. Proprio come quei luoghi tanto amati da mio padre, anche certi film riescono a fare una cosa rarissima: non conservano soltanto il passato, lo fanno vivere ancora.

Il film piacerà a:
Gli appassionati di storia, in particolare della Guerra dei Sette Anni. Chi cerca un film capace di unire avventura, romanticismo e tragedia. Chi apprezza personaggi moralmente complessi.
 
Il film non piacerà a:
Chi non ama le storie con un’attitudine romantica piuttosto centrale. Chi preferisce un cinema d'azione più frenetico e moderno.
 
Pregi:
Fotografia e colonna sonora memorabili. Personaggi sfaccettati e mai banali. Finale tra i più intensi del cinema degli anni '90.
 
Difetti:

Alcune libertà rispetto alla storia e al romanzo di Cooper.

 
Lo consiglio? 






 Retrospettiva a cura di: Umberto Visani



 
 


Commenti