FROM - QUARTA STAGIONE (2026)
Recensione a cura di: Umberto Visani
Genere: horror, fantascienza
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Episodi Stagione: 10
Casa di produzione: MGM+ Studios, Midnight Radio, AGBO, Epix Studios
Ideatore: John Griffin
Produttori: Jeff Pinkner, Jack Bender, Harold Perrineau, Josh Appelbaum, André Nemec, Scott Rosenberg, Anthony Russo, Joe Russo, Mike Larocca, Lindsay Dunn, Adrienne Erickson
Cast principale: Harold Perrineau (Boyd Stevens), Catalina Sandino Moreno (Tabitha Matthews), Eion Bailey (Jim Matthews), Hannah Cheramy (Julie Matthews), Simon Webster (Ethan Matthews), Ricky He (Kenny Liu), Chloe Van Landschoot (Kristi Miller), Corteon Moore (Ellis Stevens), Pegah Ghafoori (Fatima Hassan), David Alpay (Jade Herrera), Elizabeth Saunders (Donna Raines), Avery Konrad (Sara Myers), Scott McCord (Victor), Nathan D. Simmons (Elgin), Kaelen Ohm (Marielle), Angela Moore (Bakta), A.J. Simmons (Randall), Robert Joy (Henry), Samantha Brown (nuovo personaggio)
Trama:
Gli abitanti del misterioso villaggio continuano a cercare una via di fuga da un luogo che sembra sfidare ogni legge della logica e della realtà. Nuovi arrivi, nuove morti e inquietanti rivelazioni contribuiscono ad ampliare un mistero che, invece di esaurirsi, assume contorni sempre più definiti. Boyd, Jade, Tabitha e gli altri iniziano a comprendere che il paese non è soltanto una prigione: ogni simbolo, ogni visione, ogni creatura e ogni albero sembrano appartenere a un disegno molto più antico, legato a eventi che affondano le proprie radici in un passato remoto e che potrebbero finalmente condurre alla verità.
Quando recensii la prima stagione, scrissi che From mi aveva conquistato perché costruiva il proprio fascino attorno a un mistero centrale, senza avere fretta di risolverlo. Dopo quattro stagioni posso dire che quella sensazione non solo è rimasta intatta, ma si è addirittura rafforzata.
From continua a essere una delle pochissime serie contemporanee ad avere il coraggio di chiedere allo spettatore di partecipare attivamente alla narrazione. Non ci si limita a guardarla: la si osserva, la si interpreta, si torna indietro, si collegano episodi distanti tra loro, si formulano ipotesi. Ogni dettaglio può assumere un significato diverso molte puntate dopo. Ogni simbolo sembra appartenere a un linguaggio che gli autori stanno insegnandoci lentamente a decifrare.
Il paragone con Lost resta inevitabile, ma oggi mi sembra ancora più evidente che la parentela tra le due opere non risieda tanto nella presenza di un luogo misterioso da cui è impossibile fuggire, quanto nel metodo narrativo. Anche Lost costringeva continuamente lo spettatore a costruire teorie, a interpretare indizi, a mettere insieme tasselli apparentemente scollegati. From raccoglie quell'eredità e, almeno finora, la gestisce con una coerenza che trovo ammirevole.
La quarta stagione introduce finalmente qualcosa che aspettavo da tempo: non tanto delle risposte definitive, quanto la sensazione che gli autori sappiano esattamente dove stanno andando. Per la prima volta il mistero sembra restringersi invece di espandersi. Dopo anni trascorsi a domandarci se il villaggio fosse una simulazione, un purgatorio, una dimensione parallela o un semplice esperimento, il finale lascia intuire una direzione molto più precisa.
Senza entrare troppo negli spoiler, emerge sempre più chiaramente l'idea che il paese sia un luogo antichissimo, nato attorno a un sacrificio primordiale, quasi un organismo vivente che continua ad alimentarsi delle paure, delle speranze e delle scelte dei suoi abitanti. È una lettura che trovo molto più affascinante delle spiegazioni fantascientifiche o puramente psicologiche.
Personalmente continuo infatti a interpretare From come una serie più metafisica che horror. Il villaggio non mi è mai dato l'impressione di essere semplicemente infestato: sembra piuttosto appartenere a uno spazio liminale, un territorio di confine tra differenti livelli della realtà. Le creature notturne, il Bambino in Bianco, gli alberi, i simboli, il misterioso Uomo in Giallo... tutto sembra appartenere a un'unica cosmologia ancora incompleta, che gli autori stanno ricomponendo lentamente davanti ai nostri occhi.
È una suggestione che mi richiama inevitabilmente il folklore celtico, le terre fatate, quei luoghi che nella tradizione popolare convivono con il nostro mondo senza appartenervi completamente, dove il tempo si deforma e da cui è difficilissimo fare ritorno. Se davvero gli autori dovessero muoversi in questa direzione, From assumerebbe una profondità antropologica ancora maggiore, trasformandosi definitivamente da semplice horror seriale a racconto mitologico contemporaneo.
La quinta stagione, già annunciata come conclusiva, dovrà naturalmente sciogliere molti nodi. Dovrà spiegare quale sia la vera natura del villaggio, perché proprio determinate persone vengano attirate al suo interno, quale ruolo abbiano le creature e soprattutto quale significato assumano i sacrifici e gli eventi del passato. Ma, sorprendentemente, non ho la sensazione che gli sceneggiatori stiano improvvisando. Al contrario, per la prima volta mi sembra di intravedere un disegno unitario.
Ed è forse proprio questo il pregio più grande di From. In un'epoca in cui molte serie televisive vengono costruite inseguendo il cliffhanger successivo, questa continua ad avere il coraggio di costruire un universo. Non vuole semplicemente stupire: vuole essere interpretata. E questo, per chi ama il mistero come forma narrativa e non come semplice espediente spettacolare, rappresenta probabilmente la sua qualità più preziosa.
Chi ama i misteri profondi e stratificati, le atmosfere cariche di inquietudine e i luoghi che diventano simboli di una condizione esistenziale. A chi apprezza le storie che non offrono risposte facili ma moltiplicano gli interrogativi e che richiedono attenzione e apertura verso l’ignoto.



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